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BEGGARS ON HIGHWAY – Onion Eaters – Recensione a cura di Federico Arcuri

BEGGARS ON HIGHWAY – Onion Eaters – Recensione a cura di Federico Arcuri

Andare accanto a gruppi come i Beggars On Highway non è mai facile. Noi del musicale si fa quotidianamente i conti con un’eredità con la quale bisogna fare i conti, e dalla quale chi parla di musica si fa troppo spesso prendere per mano e guidare, quasi fosse l’unico modo per ascoltare, sentire, parlare. Tentiamo quindi di fare il contrario: eliminiamo tutti quei nomi che possono saltare alla mente fin dalle prime note di questo Onion Eaters, seconda fatica in studio dei nostrani Beggars On Highway, e ascoltiamo un po’ cos’hanno combinato i nostri, già autori di Hard, Loud and Alcoholic, uscito nel 2012.

Mettiamo subito in chiaro una cosa, e sarà tutto più facile: i Beggars On Highway non vogliono stupirvi. I Beggars On Highway vogliono godersela, tirare giù qualche buon riff heavy rock e registrarci un disco. Punto. E mentre registrano, mangiare solo pasta e cipolle, e da qui il titolo. Ci siamo capiti.

Questo disco, se ascoltato dall’inizio alla fine, è come un unico, grande discorso: brilla per coerenza e di una continuità di sound che può essere interrotta solamente dalle fastidiosissime pubblicità di Spotify, se come me lo ascolterete nella versione non a pagamento. Torniamo a noi, si parlava di coerenza: fin dalle prime note di Drunk Tonight capiamo in che guaio ci siamo cacciati, ma la cosa è anche confortante; se infatti dopo le prime note di basso avrete cominciato a battere il piede, sicuri che andrete avanti così per tutto il disco. Onion Eaters procede infatti fiero e integro, senza pause, cavalcando chitarre in overdrive ruvide che splettrano ritmiche hard, a volte un po’ punk. L’attitudine, tra l’altro è quella, giusto? Pochi fronzoli. La band si presenta con Beggars On Highway, e le ritmiche veloci e frenetiche si rallentano un po’ solo su Klaatu Verata Nikto, più cadenzata e massiccia, che però ci ricorda in più punti che ai Beggars non gli piace proprio andar lenti. Stessa cosa la si sente su Dr.Branca, dove il disco prende un po’ di fiato, prima di tornare a tempi più veloci in Fuck The Vegs e al ritmo sostenuto di Soap Maker Woman. A chiudere Slug Trip, che parte blues, continua punk, finisce metal. E cosa volete di più.

A condire il tutto, per chi li sa cogliere, riferimenti cinematografici a film epici, armate delle tenebre, racconti di serate che finiscono male e l’immancabile bieco personaggio che ti tira fuori dai guai, tutto raccontato dalla voce di Alessandro Angella, calato perfettamente nel ruolo: ottima prova vocale, nei graffiati e nelle ritmiche, ridondante quanto basta (forse a volte un filo troppo). Ottime le chitarre di Mattia Malvisi e Simone Panconesi, belle compatte sulle ritmiche e sul sound, assoli non esageratamente complessi ma efficaci e coerenti. Dimitri Corradini (Distruzione) al basso innesca la miccia su Drunk Tonight e Crowd’s Lobotomy, e viaggia tranquillamente al pari delle chitarre in tutto l’album sostenendo, assieme ad un Francesco Calvo dietro le pelli, il sound di un album che non si ferma un attimo.

Qualcuno potrebbe non godere di tutta questa “coerenza”, e magari parlare di album monotono, e come sempre accade in questi casi il sound di Onion Eaters presta bene il fianco a questo genere di critiche. Il sound è schietto e il più naturale possibile, com’è giusto che sia se una band vuole presentarsi per come suona realmente, ma non sarebbe stato brutto (anzi) sentire un po’ di “pompa” in più, alcuni brani e certi passaggi ne avrebbero senza dubbio giovato.

Ad ogni modo, questo è un disco da metter su, alzare il volume e fare andare.

Ma occhio alle pubblicità di Spotify, manca poco che mi dà un colpo.

gilbertcerbara

giugno 25th, 2016

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