Classica

C’era una volta l’Opera – La Boheme – Eddy Lovaglio

C’era una volta l’Opera – La Boheme – Eddy Lovaglio

L’allestimento storico di Francesca Zambello per la Bohéme del Regio convince ancora

Puccini, si sa, è “femmina”. Egli ha sviscerato la sua vena compositiva per la donna e le sue eroine sono senza tempo, le sue melodie struggenti colpiscono ancora diritto al cuore. Se a tutto questo ci accostiamo Parigi tutto diventa poesia. La Bohème riempie i teatri ed è senza dubbio una delle opere che riescono a far appassionare al melodramma anche i profani; solo la sensibilità di una donna poteva creare un allestimento così indovinato per l’opera di Puccini. Da quel pluridecennale e tradizionale allestimento de La Bohème (che risale a trent’anni fa), Francesca Zambello di strada ne ha fatta: dal 2012 è Direttore Artistico del Washington National Opera al Kennedy Center. A riprova che la professionalità non è acqua.

Nella Stagione Lirica 2017 il Teatro Regio rispolvera il suo allestimento, già riportato alla luce nel 2008 con la direzione di Bruno Bartoletti e Svetla Vassileva nei panni di Mimì. I magazzini del teatro sono un po’ come gli armadi di casa propria: si riesce sempre a trovare qualcosa che non passa mai di moda, specie in un momento in cui non sarebbe più possibile poter realizzare gli allestimenti di una volta. E così ci ricordiamo di com’era l’Opera… per fortuna!, e di come dovrebbe essere sempre.

Il ri-allestimento e la regia sono stati ripresi da Ugo Tessitore, le scene di Nica Magnani: il vero protagonista di questa Bohème. Sul podio il Maestro Valerio Galli, di Viareggio, che ha respirato aria di Puccini fin dalla nascita e debuttato a soli 27 anni con la Tosca al Puccini Festival. Il suo animo è Pucciniano, si sente, forse anche troppo, nella direzione dell’Orchestra dell’Opera Italiana che pervade il Regio nei fortissimi tanto da sovrastare le voci, che non riescono a correre al di là dell’orchestra. Mentre a volte, specie nel primo atto, i tempi sono un po’ dilatati. La tenera storia di Mimì, dalla fuggevole giovinezza e dal tragico destino, non riesce a coinvolgere completamente lo spettatore e non spunta la fatidica lacrima a chiusura di sipario. A conferma che anche con un allestimento collaudato l’Opera, in fondo, appartiene ai cantanti e solo loro possono trascinare lo spettatore nella storia e far vibrare le corde dell’anima, che sul palco ci siano i tetti di Parigi o ci siano solo le assi del palcoscenico. Valeria Sepe (Mimì) e Stefan Pop (Rodolfo) risultano enfatici nei loro ruoli e poco “innamorati” l’uno dell’altra, benché le voci, prese a sé, siano buone; i quattro bohèmien de “Scènes de la vie de Bohème”, romanzo dello scrittore francese Henry Murger dal quale Puccini trasse la sua composizione, su libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa, dovrebbero essere spensierati e divertenti per far da contraltare alla vicenda tragica, proprio perché non diventi troppo tenera e zuccherosa. Puccini qui si rifà ai suoi incontri goliardici nelle osterie sul lago di Massaciuccoli, durante le sue battute di caccia alle folaghe, ed è questo stesso sapore che egli infonde nella sua Bohéme e nei suoi bohèmien. La regia di Ugo Tessitore non ha aiutato Stefan Pop (Rodolfo ), Sergio Vitale (Marcello), Andrea Vincenzo Bonsignore (Schaunard) e Dario Russo (Colline), né Marco Camastra nel ruolo di Benoit e Alcindoro.

Il coro del Teatro Regio guidato da Martino Faggiani è sempre una garanzia ed ha riscosso il meritato successo. Importante per le nuove generazioni la rievocazione della Parigi di fine Ottocento grazie alla tradizionale scenografia e alle luci di Andrea Borrelli.

gilbertcerbara

marzo 12th, 2017

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