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Come far nascere una Scena – Davide Mazza

Come far nascere una Scena – Davide Mazza

Con una vaga sensazione di occasione perduta, ma comunque di un’avventura meritevole, mi avvio a scrivere l’ultima riflessione per Parma Musica, soprattutto per ringraziare di cuore chi ha provato, armato fondamentalmente di passione e di voglia di sacrificare un po’ del proprio tempo libero, a creare un punto di riferimento online per la musica della nostra città. Mantenere un sito è già di per se un impegno gravoso; ancor più difficile se l’oggetto di interesse – la “musica parmense” – è un insieme eterogeneo di progetti vivi, attivi, spesso validi ma, per tante ragioni, mancante di quello che potrebbe essere un qualsivoglia “collante”, uno “spirito comune“ che, per così dire, semplifichi il lavoro a chi ha il desiderio di descriverlo, capirlo, promuoverlo almeno in parte.

Ho volutamente evitato la parola che molti avrebbero utilizzato in questo frangente, e che tanti utilizzano comunque nel tentativo di discutere anche solo geograficamente del sottobosco musicale locale: “scena”.

Chiariamo subito la questione: a Parma non c’è nessuna “scena”.

“Ma come?” protesteranno subito i miei piccoli lettori. “E xxxxx allora? Vogliamo parlare di yyyyy? E il festival zzzzz?” (sostituite le variabili con i progetti meritevoli che preferite).

No, ragazzi, avete sbagliato. Tutto ciò non costituisce una scena.

Da wikipedia: una scena musicale (non necessariamente “locale”) è definita come una comunità, un insieme di partecipanti interessati che concorrono in assonanza su forma e contenuti musicali e sui suoi contesti sociali. A prescindere dall’esattezza semantica della definizione (ne esistono altre), appare evidente che il semplice aver base nella stessa provincia non basta.

Nel suo brillante “Come funziona la musica”, David Byrne dedica un intero capitolo ai fattori che possono dare origine ad una scena, utilizzando l’esempio vissuto in prima persona nel leggendario CBGB a New York. Altri tempi e altri luoghi, è cosa ovvia. Ma proviamo ugualmente a ragionarci sopra.

  1. C’era il locale giusto

Secondo Byrne, il CBGB era adeguato, per dimensioni e posizione, perché una band emergente potesse testare e presentare il proprio materiale. “Adeguato” non significa una sala concerti enorme ove mostrarsi con scenografie ricercate ed avveniristiche e un impianto audio da urlo, bensì di dimensioni sensate, con limitazioni creative che obbligavano a badare al sodo, ovvero rinforzare il proprio sound, l’affiatamento e la presenza sul palco, e anche la possibilità per il pubblico di “ignorare la band” standosene al bar. La sfida era anche quella di incuriosire i disinteressati.

I musicisti, inoltre, potevano entrare gratis (e bere gratis) anche nelle serate dove non suonavano. Oggi sembra inconcepibile. Il padrone del locale lasciava entrare i musicisti che aveva già fatto suonare, e questo garantiva che ci fosse sempre un pubblico, e fece diventare il locale un ritrovo fisso per i musicisti emergenti della zona. Considerato anche che molti locali di Parma sono circoli di cui si deve fare la tessera, un ingresso libero ogni tanto potrebbe fare la differenza fra l’andare e il non andare a vedere una serata di cui magari sai poco o nulla.

Il juke-box del CBGB, infine, suonava la musica dei gruppi che ci si esibivano: se un artista incideva un disco, sapeva che avrebbe trovato posto nella programmazione locale. Il pubblico così familiarizzava con la nuova musica cittadina e gli artisti si riconoscevano fra di loro. DJ parmensi, promuovete gli artisti locali? Come?

Senza una scena, la serata si conclude dopo l’evento, e chi s’è visto s’è visto: non c’è fedeltà di pubblico; non c’è gente che va ai concerti “in fiducia”. Capisci che si sta formando una scena quando frequenti un locale anche senza sapere chi suonerà quella sera. Quanti locali conoscete di questo tipo?

  1. C’era un intento comune fra gli artisti

Fra i gruppi che bazzicavano il CBGB, molto diversi fra di loro, la base comune di partenza era fondamentalmente la voglia di creare qualcosa che prima non c’era, che partiva dal rifiuto della musica ‘convenzionale’, di ciò che si sentiva alla radio. Il locale era un posto in cui i “disadattati” potevano condividere la propria idiosincrasia nei confronti della cultura musicale dominante: alcuni si scrivevano da soli la musica che avrebbero voluto ascoltare. Poteva non piacere, ma almeno erano canzoni che significavano qualcosa per loro. E se significano qualcosa per te, ci sono buone possibilità che possano significare qualcosa anche per altri.

 (dal CBGB uscirono, oltre ai Talking Heads, nomi come i Television, Patti Smith, Blondie, i Ramones e i Suicide… ma questa è un’altra storia)

Spiacevole sensazione: per molti ‘artisti’ probabilmente il fatto di avere una pagina facebook è il punto di arrivo e annulla del tutto la necessità di una gavetta o di pubbliche relazioni. Ma facebook è solo una gigantesca fonte di rumore, e ha causato, fra altre cose, la perdita di una cultura dell’incontro in carne ed ossa. Incoraggiare questa cultura è l’unica cosa che possa porre rimedio alla polverizzazione e all’atomizzazione sociale, all’individualismo dei social media, alla smaterializzazione digitale. Una scena nasce perché ci si incontra e ci si scontra. Si condivide uno spazio ed un tempo.

Ci sono progetti che propongono alternative? Pochi e poco incoraggiati, sepolti da cover band che vengono retribuite meglio e chiamate a suonare più spesso. Ci sono musicisti meritevoli di interesse? Si seguono a vicenda? Ci sono organizzatori che hanno a cuore la promozione di buona musica e non solo il “rientrare nelle spese”? Queste le lasciamo in sospeso.

  1. C’erano tante opportunità per farsi sentire

Anche se l’analisi di Byrne è utile per studiare il fenomeno a posteriori, lui stesso ammette che nessuno di loro si rendeva conto che stava nascendo qualcosa. Quindi va aggiunta una regola non scritta che smonta un po’ tutto il ragionamento: una scena, per lo più, nasce spontaneamente e non la si può creare di forza.

Ciò che conta, in effetti, è il talento locale, e ciò che si può (e in teoria si deve) fare è fornirgli, quindi, una possibilità di sfogo. Se esistono luoghi in cui si può ascoltare musica interessante, in un’atmosfera rilassata, con una minima coscienza di essere “parte di un giro” (che poi chi scrive ha sempre rifiutato qualsiasi giro con ostentato snobismo, ma anche gli outsider sono parte – pur nolente – di una scena), allora significa che un certo tipo di creatività vitale ha trovato un substrato dove crescere.

Negli anni ‘90 a Parma, conseguenza di concomitanti fattori internazionali e nazionali, un buon numero di ragazzi si è ritrovato a frequentare locali come l’Onirica e a provare in salette come la Sliver, incontrandosi spesso, conoscendosi fra di loro e andando a formare, di fatto, una scena fra le più vitali che la nostra città ricordi. Che non significa necessariamente che poi quei gruppi siano diventati famosi, ma che a Parma si respirava un’aria creativa, che ha fatto bene a chi l’ha vissuta e ha fatto bene alla città.

Farei anche presente che a Parma, negli anni 80, locali un po’ alla CBGB ci sono stati, ad esempio il Delta di Venere o il Picasso, di cui ora in rete non sono rimasti, purtroppo, che pochissimi accenni. E’ una perdita di memoria storica rilevante; non per motivi nostalgici, quanto piuttosto per ricordare che un altro stato e modo di fare le cose è possibile.

Oggi? Si diceva, i progetti esistono. Il mero esistere non esula, tuttavia, da un’estemporaneità o una ‘autosufficienza’ di chi ha le spalle larghe per portare avanti proposte da anni, con caparbia capacità, con un discreto seguito, ma senza, di fatto, particolari soddisfazioni – anzi, polemiche e difficoltà sono all’ordine del giorno – né ispirare altri a seguirne l’esempio.

Se è vero che Parma, ovvero “non è un paese per giovani”, soffre ancora di un’istintiva ritrosia nei confronti del “nuovo”, chiamiamolo così, e, obnubilata dall’eredità di Verdi e del Regio, guarda con occhio storto queste cose moderne ‘che non ci si capisce niente’, sarebbe sciocco prendersela con gli appassionati di opera. Hanno le loro cose belle come il festival Verdi, e nessuno gliele deve togliere. E’ altrove, che iniziative e festival sembrano essere allestiti più per la vanità di chi li organizza (ma, ragazzi, portare a termine un’iniziativa buona è implicitamente ammirevole!), che per amore della musica e della città.

Del resto, i locali del centro vengono chiusi/allontanati per il disturbo che arrecano ai poveri cittadini e ordinanze, regolamenti e strumentalizzazioni pseudo-politiche rendono complicato organizzare cose serie: mentre a Mantova Sting e Elton John riempiono la piazza medievale, a Parma si annulla una rassegna estiva in piazza duomo per non rovinarla, e ci si lamenta dei problemi che Dylan ha arrecato alle anatre del parco ducale. Tornando sulla terra, a Piacenza si organizza Tendenze, dove suonano 80 (OTTANTA) gruppi emergenti in 4 giorni, è alla VENTITREESIMA edizione ed è sempre più frequentato da ragazzi di ogni provenienza, qui siamo al ventitreesimo (?) evento street food, un buon evento di capodanno giusto perché si era in campagna elettorale e una “festa della musica” non pubblicizzata, sparpagliata su location strane, che non rappresentano un’offerta granché appetibile. Le feste della birra estive portano solo cover band e tributi, ovvero il nulla culturale. Restano pochissime, lodevoli eccezioni, e un pizzico di Parmawards, sul cui principio mi sento di dissentire: premiare artisti locali con una giuria locale può essere un giochino divertente ma rischia di scadere in quel provincialismo che Parma fatica da sempre a scrollarsi di dosso. Anziché un premio di relativo valore (che non rende molto di più di una scarna segnalazione sulla gazzetta) non sarebbe più gratificante un’esibizione di progetti selezionati, in un locale pieno e con un impianto e un’organizzazione degni di questo nome? Così, perché chi è in grado di offrire qualcosa possa farlo nelle migliori condizioni possibili. E sia bello farlo. Altrimenti a nessuno interesserà più esibirsi in una città in cui non vale la pena suonare.

Lo so, lo so. Le spese, il pubblico, il rischio imprenditoriale, la sindrome del “tanto non va mai bene niente”. E’ quasi sempre in buona fede che siamo carenti quando potremmo tentare di creare un qualche senso di comunità e far crescere, culturalmente e musicalmente, la nostra città. Troppo spesso questo è reso impossibile, e anche chi avrebbe il gusto o la possibilità di muoversi nella giusta direzione, arrivato fino ad un certo punto non spicca il balzo decisivo. Osservazioni: 1. Una scena non è mai stata una risposta istituzionale ai bisogni della gente. La gente e i musicisti si sono presi i loro spazi ed è anche questo che ha reso eccitante la scena. Occorre favorire una cultura del fare e della libera espressione. 2. Ci sono modi di “fare profitto” coi locali anche “tollerando” proposte di rottura e non solo perpetuando la noia dello status quo. Se fai proposte di spessore, il pubblico ti premia e ritorna, e arriva anche da fuori città, perché le proposte di spessore non sono poi molte.

Questo tipo di comunità, in generale, non nasce senza un sistema cittadino, regionale, nazionale che fornisca opportunità di aggregazione ed espressione, soprattutto per quelli che provano a offrire cose mai sentite o poco immediate. E’ chi prova nuove strade che in genere fornisce a chi altri crea musica l’ispirazione, l’entusiasmo di sentirsi parte attiva di un microcosmo creativo.

Sia ben chiaro: non è obbligatorio nè automatico che succeda, non è obbligatorio volerne fare parte, non è obbligatorio che sia questo l’interesse di club, organizzatori, progetti musicali e/o amministratori pubblici. Ognuno, a suo dire, cerca di fare del suo meglio. Il resto a chi tocca? Beh, quasi sempre a qualcun altro. Magari anche l’idea di “Scena”, con internet e tutto il resto, è diventata anacronistica e/o intangibile. Magari non interessa nemmeno più. Magari, semplicemente, è l’offerta che non è granché, e quando ce ne sarà una convincente, tutto quanto rifiorirà, come per magia.

ringrazio Tommaso Granelli per la collaborazione

Davide Mazza

gilbertcerbara

ottobre 21st, 2017

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