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Dieci tempi composti di Michele Morari

Dieci tempi composti di Michele Morari

Michele Morari è un giovane, ma già affermato, talento della musica Jazz (e di tutta quella che si trova ai confini di quel territorio) molto attivo nella nostra provincia e conosciuto anche in ambito italiano.

E’ nato a Reggio Emilia il 5 Luglio 1984 ed essendo figlio di un batterista si trova ben presto con le bacchette in mano e inizia a studiare batteria all’età di 5 anni dimostrando da subito una capacità davvero fuori del comune.
Nella sua breve carriera ha suonato e collaborato inoltre con : Fabrizio Bosso, Beppe di Benedetto 5tet, Leonardo Caligiuri Trio, Alberto Gurrisi, Andrea Braido,  eccetera..
Michele è un batterista in continua ricerca e contaminazione e si trova perfettamente a suo agio sia nello Swing più delicato che nel Funk più bollente. E’ anche un appassionato ascoltatore, il suo compito è quello di innovarsi continuamente senza dimenticare le radici della musica contemporanea.

La sua scheda è presente nella sezione Artisti di parmamusica.com

Carissimo Michele, innanzitutto ti porto i più sentiti saluti da parte mia e di tutti gli amici che ci seguono e ti ringrazio per l’amicizia al sito Parmamusica.

Grazie anche per aver accettato di rispondere ad alcune domande sul tuo lavoro e sulla musica in generale.

Ecco le 10 domande.

  1. Mi daresti una definizione di musica?

Musica è qualcosa che l’essere umano ha dentro di sé da sempre, altrimenti non avrebbe percosso legnetti, pelli animali, cantato fin dall’età primitiva. La Musica è una forma di arte (anche se odio questa parola), ma più precisamente io direi una forma di artigianato. Mi spiego meglio: la musica credo non debba riguardare solo l’intelletto, ma debba prevedere una manualità, un’esperienza, una dedizione che solo un bottegaio unico nelle sue creazioni può capire. Le scorciatoie, i giochi facili, il guadagno ben oltre la propria sopravvivenza dignitosa non fanno parte di un artigiano.
Musica è ciò che emoziona all’ascolto e/o alla sua produzione. E’ ciò che non necessariamente deve farti distrarre e farti stare bene, ma che spesso può invece muovere emozioni diverse, come quelle malinconiche, tristi, pensierose. Non a caso abbiamo i nostri dischi preferiti a seconda dei nostri stati d’animo.
Musica è un linguaggio, che come tale ha bisogno di essere arricchito per poter comunicare qualcosa, gioia, rabbia, protesta, semplicemente confusione interiore, pace, armonia.
Musica non è solo la capacità del musicista di saperti prendere, ma è anche la volontà e la sensibilità dell’ascoltatore di voler entrare dentro il mondo del musicista, e farne parte, forse semplicemente perché in quel momento si sta condividendo lo stesso stato d’animo, o perché si ha lo stesso linguaggio.
Musica è diventato sempre più spesso sinonimo di svago e sottofondo, ma non credo siamo qui per parlare di questo.

  1. Che spazio occupa la musica nel tuo quotidiano e nella tua vita?

Non occupa spazi, non riempie vuoti, semplicemente fa parte del mio modo di pensare e di agire. Non è un agonismo, ma richiede tanta dedizione e impegno. Tutta via dopo un po’ diventa un tuo strumento personale per analizzare la tua stessa vita e migliorarla. Rispondere a qualcuno con la tua musica, fare capire ad una ragazza quanto l’ami con una canzone, farti conoscere tramite quello che ascolti e suoni, preferire il tempo da solo nella tua saletta, spesso viene visto come una forma di chiusura. Io dico semplicemente che abbiamo canali diversi per fare fluire il nostro “io”, e diversi modi di dire la stessa cosa.

  1. Secondo il tuo parere, quali sono stati i 5 musicisti (compositori, strumentisti, artisti) più importanti della storia della musica?

Posso limitarmi a dire quelli che secondo me hanno cambiato qualcosa negli ultimi 50/60 anni, anche solo come risultante di ciò che le loro opere hanno influenzato: Ray Charles, Miles Davis, The Beatles, Stevie Wonder, Pat Metheny.

  1. E chi sono stati i batteristi (o percussionisti) più importanti della musica e perché? (basta anche un aggettivo)

Philly Jo Jones, lo swing, il linguaggio.
Buddy Rich, la perfezione unita all’energia.
Elvin Jones, il sudore, la strafottenza del suo piatto, l’Africa in mezza battuta.
Tony Williams, l’Energia, lo sguardo verso il futuro.
Ringo Starr, faceva Musica non faceva il batterista.
Bill Bruford, con i King Crimson ha suonato cose che tutt’ora sono moderne.
Steve Gadd, la classe, il tempo che scorre diversamente da come te lo immagini.
Stewart Copeland, irriproducibile, energia pura unita alla cosa più tribale che esista.
Antonio Sanchez, saper “urlare” con la batteria anche a bassa voce, esserci senza farsi notare.
Steve Jordan, il funk, il soul, le radici anche nel pop moderno.
Eric Harland, “vi spiego che il jazz non è solo ‘tin-cin-ti-tin’ col piatto”.

  1. Studi ancora? Quante ore? E che esercizi fai?

Studiare può voler dire tante cose, anche meditare davanti ad un bel panorama. Ma se per studiare intendi la “saletta” allora si, studio più che posso. Anche 2/3 ore al giorno, ogni giorno che riesco.
Studio tanta tecnica e indipendenza, cerco di fare le stesse cose a varie velocità, volume e intensità, cerco nuovi suoni con i miei strumenti, analizzo altri batteristi cercando di capire accordature, scelta dei piatti, etc.
Mi trovo spesso a studiare con bassisti e pianisti, chitarristi, musicisti colleghi che hanno voglia di perfezionarsi ogni giorno sempre di più. Ascolto tanta musica, ma cerco di farlo comunque perché mi piace quella musica, non solo per ascoltare un batterista.
Vado ai concerti più che posso, ai seminari, ai workshop, vorrei tornare a NY il prima possibile.

  1. Quali doti occorrono avere per diventare un bravo batterista?

Ti potrei dire quello che cerco di passare ai miei allievi: senso del ritmo, tanta pazienza e dedizione, curiosità, apertura mentale verso ogni forma di musica, orecchie! Orecchie! Non siamo da soli sul palco, non siamo in una tribù nella savana, ci sono altri strumenti, ci sono le note, le armoniche del piano, quelle dei piatti, ci sono le sfumature della musica, non siamo stati creati solo per fare “pum-pum”.

  1. Qual è il genere musicale che ti piace di più suonare; quello che ti coinvolge di più?

Ho suonato tante cose nella vita, vengo dalle Big Band, dal rock, dall’alternative, dal funk e dal pop, ma da sempre quello che mi piace suonare maggiormente sono le composizioni originali. In quel contesto credo mi si apra un canale in cui non mi faccio condizionare da nulla ed esca quello che voglio suonare, che voglio dire in quel momento. Ora quello che mi piace maggiormente suonare è il nuovo Jazz, che è contaminato con funk, elettronica, pop, e perché no, una parte forte di musica sperimentale che viene dal periodo psichedelico.

  1. Come ti sembra il livello della musica in generale e quello della nostra provincia?

L’Italia ha tante potenzialità, siamo stati culla di alcuni tra i migliori musicisti al mondo. C’è un mondo parallelo a Sanremo, X-Factor, e altre svariate “musiche da pizzeria” (con cui per fortuna vengo a contatto il meno possibile) che riempie i locali, muove i ragazzi e che conferma ancora che la musica ci risveglia quando meno ce lo aspettiamo. E non sto parlando solo di Jazz o di musica colta, ma parlo di Cuore in quello che si fa.
Se qualche anno fa l’unico modo per emergere era frequentare accademie negli USA da 50.000 Dollari l’anno per poi ritornare in Italia, ora credo non ne valga più la pena, se non per il fatto che esci dalla porta della scuola e sei negli USA. In Italia il livello è alto e sta Crescendo, bisogna solo vedere se il livello di strutture, cultura, acquirenti e clienti della musica andranno di pari passo con il livello della proposta artistica.
Anche se io sono di un’altra provincia, vivo praticamente a Parma, e il livello devo dire che è alto. A Parma non ci si ferma, si va avanti e continuamente si sentono cose nuove. Forse Parma non ha la perfezione estetica e stilistica che si sente a Milano o Bologna, ma almeno c’è fermento e lo stile non vincola la crescita e la sperimentazione. I gestori non si accontentano della “seratina di jazz” e ci sono realtà come l’Arci Zerbini che sono diventate punto di ritrovo per noi musicisti, nel confronto, nella ricerca, nella creatività, proprio come era negli anni ’50 nei club di NY.

  1. Ci parli dei progetti ai quali stai lavorando in questo periodo?

Cito il Beppe Di Benedetto 5tet come sinonimo di macchina in continuo movimento. Cito i miei amici e colleghi Leonardo Caligiuri, Stefano Carrara, Luca Savazzi, Michele Bianchi, Emiliano Vernizzi, Alberto Gurrisi, come team di persone che continuamente sforna progetti e cose originali.
Originalità, uscire dagli schemi, senza perdere le proprie radici. Lasciare andare il flusso e la risultante di tutto quello che ho assimilato negli anni. Cercare di non regalare qualcosa di già conosciuto ma piuttosto di dare me stesso in quello che faccio.
Per il resto potete visitare la mia pagina web e troverete sempre cose nuove da ascoltare.

  1. Puoi avverare un desiderio. Esprimilo.

Ecco fatto.
Grazie Michele, in bocca al lupo per il tuo futuro che, certamente, sarà radioso.

Gilbert

gilbertcerbara

marzo 9th, 2015

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