Metal

Distruzione – Album Omonimo – Recensione di Max Scaccaglia

Distruzione – Album Omonimo – Recensione di Max Scaccaglia

Distruzione – Distruzione (Jolly Roger Records 2015)

Partiamo dal punk. Solvente universale che a metà anni 70 arrivò come una meteora e sciolse le confusioni Progressive, rivelando una nuova etica musicale fatta di ruvidità e schiettezza. “Straight”. Addirittura nel 1981 i canadesi D.O.A. non contenti, alzarono ancora di più il volume e pubblicarono “hardcore”: nacque l’hardcore punk…semplice. Contemporaneamente o quasi dai distretti industriali inglesi i fratelli minori dei Led Zeppelin si trovarono fra le mani un genere nuovo, l’heavy metal della N.W.O.B.H.M.

New Wave of British Heavy Metal… gli Iron Maiden, dicono niente? Nacque un movimento che cambiò definitivamente la concezione del Rock virandone l’indole verso la distorsione. Rumori di fabbrica, metallo. Imprevedibile e beffardo fu l’incrocio genetico fra i due fenomeni: il Trash Metal.

Come in un frullatore geografico occidentale harcore punk e heavy metal si fusero in modo inaspettato e indissolubile tra la baia di S.Francisco e New York fondando un genere entrato di prepotenza nella storia della musica, amato o odiato, senza vie di mezzo. Il linguaggio musicale fino ad allora tollerato fu spostato drasticamente verso i timbri distorti e le frequenze medio basse. La batteria raddoppiò velocità e colpi, le chitarre si saturarono di distorsione in modo mai sentito prima e la voce maschile fece del gutturale il suo marchio di fabbrica. “Growling”. Ci stava sapete.

Schoenberg già agli inizi del secolo la chiamava la “melodia dei timbri”, ovvero la tendenza della musica a riprodurre ciò che il materiale sonoro contiene. Il materiale sonoro è generato dagli oggetti, dalle strutture solide che vibrando producono il suono ed è indubbio che l’elettricità in potenza possedeva (anche) tutto questo. Emersero band fenomenali come i Metallica e gli Anthrax e furono sdoganati temi letterari forti fino ad allora assenti nella musica: il genere Trash (to trash è percuotere, colpire con forza) come un fiume in piena diede vita a numerosi e robusti torrenti tutt’ora vitali e riverberò in tutto il mondo, toccando anche la nostra amata cittadina ducale.

Eh sì, era il 1992 e io rimasi folgorato da “Olocausto Cerebrale”, primo Ep dei parmigianissimi Distruzione. Già da allora, in modo naturale, esprimevano doti fuori dal comune e divennero un riferimento del movimento Trash nazionale. Sono passati diversi lavori, lunghe pause e 23 anni da quel debutto e qui, con la stessa emozione, mi ritrovo a scartare il loro ultimo omonimo disco, omonimo come a significare un nuovo inizio, una rinascita dopo una decade di silenzio.

Conosco e apprezzo la discografia precedente e devo togliermi i panni del fan per scrivere questa recensione, questione di serietà: eppure anche lavorando con metodo scientifico, passando minuzioso il lavoro attraverso il microscopio anziché attraverso le corde emotive, il giudizio non cambia. Abbiamo a che fare con un qualcosa di indubbio valore artistico e dobbiamo spostare l’ottica di giudizio e confronto verso il panorama nazionale se non oltre, perché questo lavoro è degno di stare tra i nomi più blasonati e attuali del genere.

Parliamo di Death Metal, una delle anime più violente del Trash. Siamo ai confini del puro impatto sonoro, in un genere catalogato come estremo che pone le tematiche esiziali, finali, al centro della riflessione e della trasposizione sonora. L’Uomo come portatore di ciò che lo può in potenza distruggere e la visione dell’umanità, della storia, come incubatore e matrice di questo germe. Un genere apocalittico, certamente nel senso negativo del termine. Occorre maneggiare con cura queste sonorità per leggerne il valore e determinarne il contenuto…

Ma cosa c’è nel lavoro dei Distruzione che li distingue così fortemente e che rende così importante la loro opera? Di certo la riuscita amalgama fra tradizione e modernità. La “filologia”, lo studio dei materiali precedenti, guida e costruisce l’attualità contenuta nella loro proposta. Ovvero sono perfettamente padroni e coscienti del genere che interpretano, ne conoscono tutte le vie e le storture e grazie a questa padronanza riescono a rendere freschezza, il lavoro diventa attuale e leggibile, senza inciampi, qui ed ora nel 2015.

Fluidità tecnica e compositiva, gusto per le armonizzazioni, potenza mai fine a sé stessa, mai soltanto brutale, idee ed un eccezionale gioco di squadra, rendono “Distruzione” un capolavoro del genere. Il carismatico growling, lo stile vocale tipico del death metal, guida le manovre e Devid Roncai è al centro di interpretazioni dal forte lirismo e presenza scenica, lavorando su testi dai precisi riferimenti letterari e dall’aspra denuncia umana (“homo mechanicus”), ben resi in lingua italiana, e senza rinunciare a momenti puramente espressivi al servizio della musica e con la grande intelligenza di non cadere mai nelle odiose tematiche black metal: “Breve passo in ciò che eterno resta, sguardo sull’abisso che fa per sempre morte, vacilla la certezza, ombra intangibile di un mondo impossibile” (“la soglia”).

Ritmica che procede con rigore e ricchezza, millimetrica, descrittiva, dove la batteria di Colombo viviseziona il tempo con chirurgica ferocia e il basso di Mr Corradini costruisce un muro sonoro invalicabile per arginare le sfrenate corse del duo Falleri/De Lillo i cui riferimenti classici del metal e del trash metal si fondono con soluzioni moderne e concepite con ineccepibile gusto nel contrappunto (“homo mechanicus” e nel finale di “oltre la soglia”), rivelando venature melodiche spiccate, sia nei riff tematici sia nell’intreccio dei solo mai lasciati al caso, mai inutili nell‘economia domestica in casa Distruzione. La direzione produttiva porta i suoni ad una naturale compressione verso i toni medio bassi conferendo persino una tangibile morbidezza nel procedere.

Una scelta apprezzabile che rende ancora più compatta la miscela servita, compattezza che ritroviamo certamente, non casualmente, nella scrittura. Infatti non esiste un brano che possa spiccare rispetto agli altri o che io mi senta di segnalare. Gli elementi tipici dei Distruzione sono miscelati con esperienza in ognuna delle 10 tracce dall’inizio sferzante de “il signore delle mosche” al finale strumentale della dantesca “i tre vivi e i tre morti”, passando attraverso il sound cosmico de “la soglia” e le montagne russe de “il minotauro” a descrivere la condizione umana secondo l’innegabile specchio platonico (“le braccia distese verso il riflesso cercano la risposta di un’esistenza”): le ritmiche a raffica etimologicamente trash, serrate e sferzate dal growling, gli intrecci melodici, le micidiali altalene tra tempo rallentato e accelerato , le aperture e le chiusure, i cambi tonali.

Ribadisco: classico e moderno. Traspare evidente il meticoloso lavoro di preparazione e studio per cui è l’ordito testuale a prendere il timone e a guidarci in una narrazione sonora senza compromessi, senza possibilità di svago, a tratti epica e spaziale, a tratti melodica, sempre spietata, spesso inquietante (“oltre la soglia”). Il genere in sé è da sempre al centro di forti perplessità sia per l’uso che fa della retorica, sia per la visione angosciante, negativa, che propone. Sta di fatto che l’arte è strumento complesso, che per il bene della nostra riflessione può muovere e smuovere corde antiche e inquiete che giacciono al centro della nostra coscienza di uomini appagati e sempre insoddisfatti: qui l’operazione avviene in modo magistrale.

Voto 10/10

Max Scaccaglia

gilbertcerbara

gennaio 10th, 2016

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