jazz

Intervista a Emiliano Vernizzi – La Musica è un Bellissimo Controsenso di Perfezione ed Incompletezza

Intervista a Emiliano Vernizzi – La Musica è un Bellissimo Controsenso di Perfezione ed Incompletezza

Emiliano Vernizzi è indubbiamente uno dei musicisti più rappresentativi della scena Jazz contemporanea, e la sua importanza va ben al di là della provincia e della regione.

Suona il Sax Tenore ed il Sax Soprano. Ama diversi generi musicali: il jazz americano dal mainstream ad oggi, il jazz europeo e di ricerca, l’American Roots Music, Black Music (Blues, Swing, R’nB, Soul, Funk, Rap, Hip-hop), Fusion, Rock, Metal, Elettronica, Pop, Etnica, musica sinfonica. Oggi ascolta molto tutto ciò che è trasversalmente indie o sperimentale, nu-jazz, modern jazz e musiche non ancora catalogate per genere.

Emiliano possiede una tecnica davvero notevole, la voce del suo tenore è potente ma dolce, il fraseggio deciso ma allo stesso tempo delicato.  Al soprano è fortemente espressivo e melodico, mantenendo però un approccio free che rende il suo sound molto personale e caratterizzato.

Armonicamente segue traiettorie inusuali e moderne anche se conosce molto bene la tradizione dei grandi del passato.

Le sue collaborazioni sono innumerevoli e prestigiose. Eccone alcune:

Bobby Durham, Franco Cerri, Stefano Cerri, Paul Jeffrey, Gianni Cazzola, Roberto Bonati, Giorgio Gaslini, Tommy Campbell, Yuri Goloubev, Felice DelGaudio, Fabrio Bosso, Giovanni Amato, Flavio Boltro, Antonio Zambrini, Alberto Tacchini, Roberto Rossi, Marco Tamburini, Piero Odorici, Roberto Ottaviano, Claudio Fasoli, Mauro Ottolini, Carlo Atti, Max dall’Omo, Max Govoni, Tony Arco, Lucio Terzano, Marco Vaggi, Paolo Pellegatti, Davide Ghidoni, Andrea Tofanelli, Roberto Tarenzi, Paolo Benedettini, Roberto Dani, Alberto Gurrisi, Iren Robbins, S.Gibellini, E.Basentini, R.Sportiello, Max Furian, Max Govoni, James Thompson, Carl Potter, Tony Esposito. Mangala Vallis e Bernardo Lanzetti (PFM). CB Band (Hengel Gualdi, Alexia, Gato Panceri, Matteo Setti, Iskra. Bravo (Jerry Calà, Umberto Smaila, Dario Ballantini, Corrado Tedeschi). Freatlones (Ronnie Jones). Jazz Art Orchestra (Gianluca Grignani, Enrico Ruggieri, Negramaro, Le Vibrazioni, Saturnino, Concato, New Trools). Novecento (Gianni Bella, Joyce Yuille, Fiorellino, Platinette, Andrea Salvini). Negramaro. Mario Biondi. Little Taver (Platinette, Aldo Piazza).

Carissimo Emiliano, ti ringrazio innanzitutto per l’amicizia al sito Parmamusica e per aver accettato di rispondere alle nostre domande. Ti porgo i saluti miei e di tutti i numerosi amici che ci seguono!

Il format è quello solito, molto semplice: 10 domande.

  1. La prima è quella che facciamo sempre: Che cos’è la musica per te e che ruolo occupa nella tua vita?

Ciao Gilbert, intanto grazie dell’invito. Dunque, proverò a rispondere in maniera semplice in modo che anche i non “addetti ai lavori” possano seguire questa chiacchierata.

La musica è una lingua e serve per comunicare. Alcuni conoscono le regole di questo linguaggio (i musicisti) e possono costruire delle forme. Altre persone sono semplici fruitrici, dilettate dal suono di questo idioma (gli ascoltatori)…un po’ come quando ti piace una canzone straniera anche se non capisci le parole.

Io uso la musica per raccontare storie: alcune sono già state narrate, altre le interpreto a mio modo, altre ancora le scrivo da zero. Faccio questo con l’improvvisazione, la composizione, l’interpretazione di un brano.

La musica è un linguaggio talmente vasto che l’intera vita di una persona non basterebbe per esplorarlo. Chi vive “nella musica” (e non solo “di musica”, nel senso pecuniario del termine) vive un profondo senso d’inspiegabile ricerca e curiosità verso un linguaggio che non finisce mai di compiersi. Il fascino della musica sta proprio nel suo eterno evolversi, un bellissimo controsenso di perfezione ed incompletezza. Nel musicista c’è molto rispetto per questo linguaggio e al tempo stesso un senso di responsabilità nel portarlo avanti e nel mantenerlo vivo. Una passione che diventa amore. La musica diventa l’involucro della tua vita quotidiana, tanto quanto – se proprio volessimo cercare un’analogia – lo è la spiritualità per un monaco tibetano. Ecco perché esiste il luogo comune del musicista con la testa tra le nuvole.

Quindi, qual è il ruolo della musica nella mia vita? La musica è il ruolo della mia vita. Specifichiamo però, perché detta così potrebbe sembrare che io passi tutto il giorno con la pipa in bocca e calamaio a scrivere sinfonie mentre aspetto l’ispirazione al tramonto. Non proprio. Si lavora sodo, si organizza musica e progetti, prove, concerti, si viaggia, si producono dischi, si passano ore al telefono e sulle email, ci si confronta con altri musicisti e si svolge attività didattica, si studia tutti i giorni e tanto perché saper suonare (bene) è una capacità che per esser mantenuta ad alti livelli va “innaffiata” regolarmente. E’ una crescita, e la fai – prima di tutto – su te stesso. E’ un modus operandi che apre la mente ad altri stimoli ed interessi, che a loro volta nutrono proprio l’immaginario del musicista stesso. La musicalità si coltiva spesso con informazioni extra-musicali capaci di evocare pensieri, stati d’animo, ambientazioni nella mente di chi suona.

La differenza con altri mestieri è che (così come in tutti i lavori artistici) non devi timbrare il cartellino, con la contropartita però che la tua professionalità è richiesta 24/24 h. E’ un bel mestiere, un’arte che ti arricchisce molto lo spirito. Però come in tutte le cose inerenti l’interiorità umana, la musica può farti vivere anche momenti di difficoltà, insoddisfazioni e frustrazioni, insicurezze riguardo il proprio operato. Ma è proprio questo il suo bello, nutre il tuo karma mantenendo la mente viva e attiva. Per questo (per chi dice che il musicista rimane a letto fino a mezzogiorno) la musica non è affatto un hobby bensì una seria e responsabile scelta di vita.

 

  1. Quando ti sei accorto che la musica sarebbe stata il tuo lavoro?

Durante gli anni del liceo, quando i voti delle mie pagelle li contavi sulle dita di una mano sola. Non perché non fossi in grado di studiare, ma non avevo la concentrazione necessaria, essendo la mia testa presa dalla musica. Suonavo e ascoltavo dischi a tonnellate. Una volta terminato il liceo la scelta è stata abbastanza automatica.

 

  1. Secondo il tuo parere, quali sono stati i 5 musicisti (compositori, strumentisti, artisti) più importanti per la tua formazione?

Questa domanda è tosta e non saprei bene come risponderti. Se per “formazione” intendiamo il background musicale allora basterebbe che ti elencassi i 5 dischi (o musiche) che in passato mi hanno cambiato la vita, proprio perché credo più nel risultato musicale  che nel compositore in sé. Ma riflettendo sulla mia “formazione” come musicista ovvero “quello che sono ora professionalmente lo devo a…”, allora dovrei nominare le persone importanti che ho incontrato nella mia vita – nel posto giusto e al momento giusto – e che hanno saputo orientarmi nel mio percorso musicale.

 

  1. Quali sono stati, per te, invece, i saxofonisti più importanti della storia della musica?

Sono stati coloro che hanno saputo re-inventare le regole nel momento meno opportuno: Bird, Coltrane, Ornette. Successivamente poi il loro linguaggio è stato sviluppato da altri importanti esponenti del sax moderno: Liebman, Garzone, Brecker, Malaby, Turner.

 

  1. Cosa ne pensi del livello musicale contemporaneo nella nostra provincia?

Viaggio abbastanza anche all’estero e il confronto lo faccio con diverse realtà. Direi che a Parma abbiamo diversi musicisti “forti”. Vantiamo festival e associazioni consolidate che lavorano sul territorio da molti anni, e istituzioni didattiche che sanno distinguersi. Il discorso club è meno continuativo, salvo qualche solido avamposto. Unica pecca è l’atteggiamento un po’ snob, il provincialismo dovuto al retaggio storico/culturale che vuole la Parma bene e nobile, il parmigiano con la puzza sotto al naso. Ci sono colleghi che non vengono a vedere i concerti, tanto meno ti invitano ai loro. Ci sono molte invidie, musicisti schivi che vivono di autoreferenzialità su Facebook nella loro parrocchia di amici, quasi come se l’indifferenza con l’esterno possa in qualche modo elevarli. E’ ora di uscire dai ghetti e ritrovare il piacere di relazionarsi con gli altri, crescere come musicisti, crescere come persone. Basterebbe una “sana” competizione che metta in relazione tutta la comunità musicale. Senza un confronto diretto sul campo il livello medio della provincia non può alzarsi.

Il Conservatorio (che si è finalmente emancipato attraverso i corsi pre-accademici e specialistici in pop e jazz) ha risanato in parte questo clima, diventando così un punto d’incontro per i ragazzi, e mettendo in relazione musicisti di diversa estrazione. Ovvio, il lavoro deve essere fatto a monte attraverso una sensibilizzazione nelle scuole medie e superiori. Recentemente sono rimasto davvero impressionato da una performance del liceo ad indirizzo musicale Bertolucci. Nelle giovanissime leve ho notato molta maturità, preparazione e consapevolezza. Bravi!

 

  1. Ti piace di più suonare per altri o coordinare un progetto come Pericopes, ad esempio?

Entrambi. Mi è sempre piaciuto lavorare sia da sideman con gli altri, sia come band member nei miei progetti. Preferisco il risultato di gruppo. Non mi ci vedo intitolare un disco con il mio nome e cognome, anche se il mercato lo richiede. Ogni volta che suono con gente nuova è stimolante, mette alla prova le mie capacità di interazione. E’ adrenalinico, perché non conosci ancora il risultato finale.

E’ bello suonare diversi generi musicali, ripercorre il mio eterogeneo background di ascolto. Coordinare un progetto comporta responsabilità differenti, ad esempio mi piace seguire la produzione di un disco.

 

  1. Su quali elementi improvvisi? Melodia, armonia, intuito?

In generale sono molto affascinato dall’armonia e dal ritmo. Parto da questi elementi. Poi ovvio, c’è anche l’intuito e il senso melodico, ma non vi è un ordine d’importanza, tutto procede contemporaneamente. Da solista a solista vi sono differenti priorità nell’elaborare le idee. Io parto dalle forme armoniche e ritmiche. E comunque – indipendentemente da qualunque criterio – la cosa più importante per me è farlo con un buon timing, che non significa andare a tempo con gli altri bensì divenire espressione del tempo stesso. Questo si ottiene quando coordini la pulsazione, mettendo in relazione un intervallo di tempo con il modo in cui articoli note e suoni (esattamente come quando parliamo). Sono elementi fondamentali per improvvisare in libertà e sviluppare un discorso.

 

  1. Quando improvvisi che obiettivo ti poni?

Mi prefiggo di portare avanti un’idea. A volte funziona bene, altre volte non come vorrei. Ti devi prendere dei rischi ovvio. Cerco di non essere l’ombra di me stesso, di non raccontarmi per l’ennesima volta. Odio quando mi accorgo che sto suonando le cose che già conosco o che ho già detto, anche se il più delle volte sei costretto a farlo soprattutto in carenza di concentrazione. Non c’è niente di più antimusicale che ascoltare improvvisazioni premeditate e preparate. Cerco l’estemporaneità.

Durante un’improvvisazione sono molto influenzato da quello che accade intorno a me. Interagire con le idee proposte dai musicisti sul palco è sinonimo di consapevolezza di quello che sta accadendo. Si chiama interplay.

Un esempio facile. A volte raccogli un suggerimento (di chi ha appena terminato un solo, o di chi ti sta accompagnando), lo sviluppi per poi restituirlo elaborato in modo che ora gli altri abbiano qualcosa di fresco su cui lavorare. Sono i principi di azione-reazione-controreazione. Altre volte invece crei proprio un contrasto voluto muovendoti nella direzione opposta. In entrambi i casi fai accadere qualcosa, stai creando musica, e credo ci sia molto amore in tutto ciò. E’ un sentimento di rispetto che rende coesi i musicisti tra loro, e il pubblico questo lo percepisce. Il dramma è quando capiti con gente che non comunica con te, che non è abituata a farlo, che suona solo per se stessa o per automatismi. Per questo l’imprinting jazzistico fornisce un potenziale di interazione altissimo, che nessun altro genere musicale offre. Tutti i musicisti dovrebbero confrontarsi con i rudimenti dell’improvvisazione, almeno un pochino durante il periodo di studi musicali, proprio per elevare la propria consapevolezza creativa nel “fare” musica…e non solo limitarsi a suonarla. D’altronde i grandi compositori e strumentisti del passato, da Bach a Chopin, da Liszt a Paganini, improvvisavano quotidianamente sullo strumento: alcune modifiche venivano fissate poi su carta e altre rimanevano nell’aria per l’esclusivo beneficio degli ascoltatori.

 

  1. Puoi avverare un desiderio. Esprimilo.

La fine del capitalismo.

 

  1. Hai dei progetti imminenti che vorresti descriverci?

Diciamo che in pentola bolle qualcosa. Il più delle volte quando hai un nuovo progetto alla mano ti preoccupi fin troppo del risultato finale, mentre poi, in corso d’opera, ti accorgi che la musica ha già preso una direzione diversa, spontanea, migliore di come l’avevi immaginata. Staremo a vedere.

 

Carissimo Emiliano, grazie di cuore per la tua disponibilità e per la musica che ci regali (di livello davvero notevole) e complimenti per come sai esprimere le tue idee e conoscenze anche con le parole.

Gilbert

gilbertcerbara

aprile 26th, 2015

No comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *