Faris Amine – Recensione Album Mississippi to Sahara

Faris Amine aka Amghar è un cantautore, chitarrista e polistrumentista nato da madre Touareg e padre  Italiano.

Essendo cresciuto in diversi paesi ha assimilato molti linguaggi musicali, anche se la musica touareg tradizionale ha avuto su di lui un’influenza preminente.

Ha registrato il suo primo singolo Derhan Alkher con i Terakaft nel 2010, ha suonato come solista con i  Tinariwen al Festival du Desert in Mali nel 2012.

Dopo numerose collaborazioni con Tinariwen, Terakaft e Tartit, ha collaborato con artisti come David Rhodes, Leo Bud Welch, Fulvio Maras e Kiran Ahluwalia dimostrando la sua apertura verso i più svariati generi musicali. Artista giovane e promettente con il proprio repertorio, Faris è un esempio di come la musica Touareg sia in evoluzione e si evolverà in futuro.

L’album mi è stato segnalato da Giovanni Amighetti, produttore parmigiano di fama internazionale (Real World, eccetera..) che ne ha curato la produzione ed è uscito a maggio del 2015 e contiene brani di bluesman storici come Son House, Skip James, Felix Dukes Vera Hall, Fred Mc Dowell, Muddy Waters e Blind Willie Johnson.

Questo lavoro ha un significato prezioso sotto molti punti di vista, tutti egualmente importanti: sotto l’aspetto musicologico illustra come i suoni non abbiano barriere né blocchi, si trasmettono da persona a persona, da essere umano ad essere umano (come dovrebbe essere per ogni cosa in ogni momento), e antropologicamente parla del fiero popolo Touareg e della sua tradizione musicale, del peregrinare nei deserti inospitali senza frontiere né padroni della madre terra, vivendo nel contatto profondo con la natura più estrema.

Questo antichissimo popolo ha un rapporto molto intenso con la musica; generalmente usa strumenti tipici come il Tehardent (liuto), il Tindé (tamburo dal suono profondo), flauti di varie dimensioni e l’Imzad (un violino monocorde); ma si apre anche alle innovazioni.

Uno degli iniziatori è stato il musicista del Mali Alì Farkà Tourè che non ha mai composto brani originali, successivamente è arrivata la vera e propria ondata Touareg con i Tinarwen i Tartit, Toumast, Etran Finatawa, Bombino e Faris.

Nella società Touareg le canzoni parlano d’amore, della storia del popolo oppure di politica, di rapporti sociali ed afferiscono a tutte le manifestazioni della società: religiosa e/o rivoluzionaria (come nel caso di Faris)

Purtroppo dal 2001, quando per intenderci Robert Plant ha sostenuto il Festival du Desert, la situazione è cambiata in peggio. Nella regione c’è la guerra, non si tratta di religione, quanto di interessi economici, dove le potenze straniere (alcuni governi europei) vogliono impossessarsi dei frutti di quella terra (Uranio) presenti a Timbuktu fomentando una guerra di etnie.

Ma passando alla musica c’è una teoria che vuole il blues come discendente della musica del continente subsahariano e delle linee melodiche dei nomadi Tuareg.
Indubitabilmente è dall’Africa cheha origine la musica contemporanea, e questo non è il primo esperimento/prova di questo collegamento, dagli anni 90 esiste il desert blues, in particolare nella regione del Sahel. Faris è uno degli esponenti di punta di questo movimento.
Caratteristica fondamentale è l’uso di ritmiche molteplici e composte. Ce ne sono diverse, quella di base si chiama come il tamburo su cui lo si suona, Tindé nulla a che vedere con la quadratura del blues.

In questo CD vi sono 10 splendide canzoni suonate prevalentemente con la chitarra acustica. Sono come meditazioni, sono profonde e riflessive. Vanno raccolte come perle rare, non possono essere considerate un sottofondo. Uno degli elementi interessanti, a livello melodico e armonico è che stiamo ascoltando sostanzialmente del blues, ma ritmicamente la struttura è molto più libera. Più “orientale”… “momentanea” in un certo senso.

Come se si trattasse di una invocazione.. di un salmo.. l’elemento tradizionale si fonde con una ritmica scalena; uno.. due..tre.. e, spesso, il quattro non torna..
Si tratta di brani di vari bluesman del Mississippi dove il perno della struttura canzone diventa la linea melodica del canto che sono parola e recitazione, e quindi ritmica.
L’effetto è straniante ed ipnotico e la voce di Faris è contenuta.. quasi Dylaniana; strumento del racconto. La chitarra, molto ben suonata accompagna e si pone al servizio della melodia quando serve.
Il chitarrismo di Faris (prettamente africano) si mescola ai maestri del blues acustico, a quelli del fingerpicking come Leo Kottke e i situazionisti alla Arto Lindsay.

A livello stilistico risalta l’uso intensivo del bottleneck, sulla chitarra acustica  e sono frequenti le sovraincisioni di un’elettrica abbastanza acida; la tecnica è notevole, il suono pulito, il pathos altissimo.

Molto interessante Ouhl Essayah (rielaborazione di Free Like Going Home) di Muddy Waters dove Faris scompone un brano dalla personalità netta e definita e lo riassembla tra le sue dune e i suoi spazi silenziosi in modo eccelso..

Il brano suonato con Leo Welch (The Soul of a Man di Blind Willie Johnson) è davvero profondo e toccante, due culture si incontrano e si mescolano generosamente e in modo nuovo e magico.
Perfettamente registrato, mixato e rimasterizzato presso gli studi Dudemusic di Stefano Riccò è un prodotto di alto livello, dalla personalità assolutamente definita e che apre orizzonti nuovi alla ricerca.

Gilbert