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Ful – Head Limo – Recensione di Luca Garulli

Ful – Head Limo – Recensione di Luca Garulli

FUL – HEAD LIMO (Spiagge Records, 2016)

 VOTO: 8/10

 ASCOLTA: L’ultimo porto

 di Garulli Luca

 Una piacevole sorpresa la prima lunga tratta della discografia degli Head Limo, quattro ventenni con quartier generale in quel di Borgo Val di Taro, un paio di militanze alle spalle (Karma Kenosi, No Score) e fluorescenti ami con cui pescare nelle acque che, a cavallo fra metà dei ’90 e il primo lustro del nuovo secolo, alimentarono una particolare via italiana al rock della dipartita nirvaniana. Per l’occasione, a prendersi cura delle 14 intenzioni musicali sono intervenute le sapienti mani di Francesco Rabaglia (Big Pine Creek Recording Studio) con tanto di etichetta affiliativa (Spiagge Records) e un passato che dalle mie parti ha innervato l’EP di lancio dei Kite Party, derivazione della componente maschile dei nascituri My Invisible Friend (shoegaze, Fidenza), anno di grazia 2014.

Dei Nostri sappiamo che all’anagrafe furono registrati coi nomi di Nicolò (Verti), Pietro (Giliotti), Cristian (Franchi) e Nicola (Garetto), e che la gestazione musicale del tempo li ha indirizzati rispettivamente verso binomi voce-chitarra, chitarra-voce e familiarità con basso e pelli.

Dicevamo, primo album ma non prima testimonianza fisica, in quanto già la scorsa primavera ci provarono col libello inclusivo di Marilù e Sere anni 80 con Deg.

Nel dominio dell’ascolto l’inchiostro dei testi va di pari passo con ciò che la Generazione Y vorrebbe sentirsi dire, fra rapporti interpersonali con Cupido in attesa di scoccare o riprendersi le frecce, sussurri figlio-madre (L’aviatore), episodiche ascensioni metafisiche (Remedios), avarie personali come calli da cordofono sino alle decongestioni interiori non appena la festa finisce e tutti vorremmo avere la medesima lucidità con cui Gabbani narra certi karma occidentali (Le calze bucate). Entro questo vocabolario i ragazzi sciorinano ritmiche capaci di trattare argutamente il momento tensivo, a volte in cascate di fuzz pop punk (E’ meglio), altre aggirando i cali di audience con riff apicali dal plettro di Xabier Iriondo (Non avrò mai abbastanza soldi), se non propriamente antologici nelle notevoli tratte from King Crimson to Mauricio Kagel dei recenti Verdena (Do di matto).

E anche quando ci si adagia sul velluto anziché sulla grattugia, L’ultimo porto insegna quanto una guerra di posizione non potrà mai adombrare le ugole ustionate dai lamenti del cuore: quel che ne esce è la traccia meno fedele ma indubbiamente la più protesa.

Non essendo entrato ancora nel fan club posso sollevare il dito sulla serenata funky di Caterina, gaio zuccherino alla lunga soporifero, e auspicare in un affinamento della penna, non tanto per retrivo spirito di bandiera 1.0, bensì perchè non sempre le parole che oggi vorremmo ascoltare manterranno la medesima onestà in un futuro proximo, in cui la risata sguaiata diverrà rigido sorriso e la pretesa dei contenuti il tagliando verso la maturità.

Doveva essere un 7,5, ho aggiunto mezzo punto come investimento sul loro futuro e perchè, magari ce lo dimentichiamo, sulle lunghe tratte questo è un esordio.

SET LIST

La guerra è persa

Caterina

E’ meglio

L’aviatore

Come in chiesa

Tossica

Non avrò mai abbastanza soldi

Remedios

Savana

Sociale

L’ultimo porto

Do di matto

San Martino

Le calze bucate

gilbertcerbara

marzo 5th, 2017

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