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Giovanni Amighetti – Un Ritratto tra Regole e Caso.

Giovanni Amighetti – Un Ritratto tra Regole e Caso.

Un ritratto non è una fotografia che imprime il reale. Il risultato dipende anche da quello che gli occhi del pittore riescono a leggere e vedere e, infine, dalla tecnica utilizzata, e qui il talento dell’artista (ovvero io), purtroppo, è quel che è!

Il soggetto, in questo caso tra l’altro, è abbastanza complesso e misterioso, spesso si guarda in giro silenziosamente con fare curioso, poi riprende il filo dei pensieri e inanella una serie di concetti che si aprono a mosaico allargandosi uno dopo l’altro.

E’ nato a Parma il 21 febbraio del 1971 e si chiama Giovanni Amighetti. E’ un pianista, compositore, produttore musicale e di spettacoli live, tour e concerti di livello internazionale.

Ha la musica nel sangue, il nonno materno infatti era Fernando Rota, violinista diplomato al conservatorio, fondatore di un circolo musicale e compositore (tra gli altri) di un celebre brano dedicato a Parma e alla Corale Verdi: la Stornellata Parmigiana (meglio conosciuta come Rondanen’na Pramzàna). Le parole furono scritte dalla moglie (e nonna di Giovanni) Tina Ferrari.

Giovanni ha studiato pianoforte classico mantenendo garbata distanza dalle catene dell’armonia, scegliendo la libertà compositiva ed esecutiva. Forse per questo una delle sue prime esperienze è stata quella con Giulio Capiozzo, indimenticato batterista degli Area, mentre faceva parte di un gruppo d’avanguardia chiamato Fondamenta che sperimentava e costruiva brani con la stessa filosofia del gruppo più importante e originale della musica italiana.

Popolari e colti, gli Area possedevano lo sguardo verso l’internazionale ma il respiro della tradizione; il primo chitarrista, Johhny Lambizzi, portò nel gruppo il suo DNA ungherese, Demetrio Stratos il mediterraneo e la Grecia, Patrizio Fariselli, figlio di musicisti di liscio romagnolo e amante del Free e di John Cage, Patrick Djivas la sua origine Francese, Giulio Capiozzo gli antenati turchi che si ascoltano nel suo percussionismo. Stesse basi. Stessi punti di contatto.

Dopo questa esperienza Giovanni è passato dall’altra parte del mixer ed ha lavorato per anni con Peter Gabriel nella Real World, contribuendo a costruire la scena italiana della World Music. Dalle stornellate in dialetto parmigiano alla musica di tutto il mondo.

A metà degli anni 90 il suo talento multidirezionato ha fondato la casa di produzione Arvmusic che ha supportato artisti rappresentativi come i Terem Quartet, il talentuoso Ayub Ogada, con il quale ha partecipato al concerto a Roma per la FAO davanti a cinquecentomila persone, e successivamente le collaborazioni con Mari Boine ed il fisarmonicista Vladimir Denissekov.

Ha collaborato con Fred Frith, un chitarrista inglese di culto, grande sperimentatore che vive in California, collaboratore di John Zorn (Masada etc), Bill Laswell e Robert Wyatt tra gli altri.

Ha scoperto, accompagnato e lanciato il giovane e talentuoso polistrumentista Guido Ponzini, producendo il suo album Twilight; ha prodotto anche la cantante franco/algerina Naziha Azzouz per il progetto Dardasha che ha visto la partecipazione del bravo Adel Salameh, virtuoso di uno strumento chiamato Oud, un liuto freetless costruito con legni mediorientali dalla timbrica evocativa ed arcaica.

Da segnalare, nei suoi lavori, la presenza di grandi percussionisti, quali Fulvio Maras e Helge A. Norbakken e violinisti come il jazzista Stefano Pastor.

Ha ideato e sostenuto il progetto Shan Qi, nel quale ha composto le musiche con Guo Yue (un talentuoso flautista cinese molto importante che ha lavorato per la colonna sonora de L’Ultimo Imperatore e Peter Gabriel;) progetto che è una sintesi perfetta del suo lavoro di commistione e coabitazione di elementi eterogenei. Registrato in presa diretta nei monti della Carnia, lasciando moltissimo al caso, anzi complicando gli elementi di proposito, ingarbugliando le carte per ottenere una miscela naturalmente impossibile.

Il progetto è stato nominato miglior DVD musicale in Germania nel 2009, notevole il contributo della splendida Wu Fei, virtuosa del Guzheng (uno strumento che si situa tra una Sitar ed un salterio) dalla voce angelica.

Ha prodotto, composto brani e suonato nel progetto della cantante jazz Tiziana Ghiglioni, nel quale lei esplora senza alcuna paura un ambiente world d’avanguardia. Anche in questo caso la differenza e la contaminazione sono uno dei motori della sua continua ricerca musicale.

Ha prodotto un album di ricerca filologico/musicale e riproposizione fedele della musica di Secondo Casadei, zio del più famoso Raoul, ma vero iniziatore e caposcuola del movimento detto Liscio, estremamente curato nei particolari, reclutando i migliori esecutori del genere.

Il bravissimo Moreno Conficconi, detto il biondo, al clarinetto ed il virtuoso Fiorenzo Tassinari al sax, l’onnipresente Ponzini al basso e Vince Vallicelli, che proprio con Casadei ha cominciato la sua avventura musicale per poi investigare il Progressive e il Blues, fino a diventare uno dei migliori batteristi della scena nazionale. Curiosamente manca la Fisarmonica, ma è presto spiegato il mistero: il maestro Casadei infatti era un violinista.

Poi un progetto Nintendo per la Wii e una collaborazione con il maestro e grande flaustista Claudio Ferrarini per il progetto Wind Valley nel quale lottano (senza che nessuno prevalga) colpi metal e flauto sognante.

Sta producendo artisti di fama internazionale con Arvmusic: l’ultimo lavoro del bassista Pier Bernardi, che ha voluto accanto a se Ace, il chitarrista degli Skunk Anansie, e Michael Urbano, batterista degli Smash Mouth, Sheryl Crow e Ligabue. Giovanni, in questo progetto, suona le tastiere.

A gennaio produrrà il disco di David Rhodes, chitarrista di Peter Gabriel, sempre con l’ottimo bassista Pier Bernardi. In questo lavoro la NASA sta facendo consulenza sonora (e non si può dire altro).

Un altro lavoro interessantissimo è quello del chitarrista e cantante Faris Armine dei Tinarwen sulle affinità e similitudini (sono molte di più di quante non verrebbe da pensare) tra la musica Tuareg ed il Blues; il prossimo lavoro di Akai Seta no Namida e, come se non bastasse, ha appena terminato l’acclamatissimo tour dei Genesis Piano Project.

Un curriculum favolosamente eterogeneo.

Ci siamo incontrati per una chiacchierata poco tempo fa ed inevitabilmente il discorso è scivolato subito sulla musica. A mio modo di vedere, ascoltando la musica di Giovanni, che siano sue composizioni oppure le sue produzioni, sento sempre forte una accentuata spiritualità, quasi la ricerca di un’ascesi.

Quando glielo dico sgrana gli occhi e ferma per un attimo la perlustrazione sensoriale dell’intorno, poggia le mani sul tavolo di vetro e scruta la libreria zeppa di libri. Poi annuisce: gli si è aperto un altro canale di riflessione e di scoperta. Un’altra direzione da seguire.

Tende, non dico a minimizzare, ma certamente a semplificare il suo lavoro che presenta senza enfasi. Non si tratta di umiltà, piuttosto di semplicità dettata dalla padronanza e da un approccio popolare inteso nel suo senso più alto, profondamente radicato nella terra.

Uomo che è il suo passato, ma anche lo spazio profondo e lontano; punto medio tra tensioni opposte e estreme. Che inserisce elementi antitetici rispetto all’obiettivo, sia esso la musica eseguita in prima persona, siano le produzioni che supervisiona, dove per l’artista, a questo punto, diventa necessariamente obbligatorio cambiare visuale e il contatto avviene giocoforza su terreno terzo.

I Genesis Piano Project sono il suo ultimo lavoro in ordine di tempo: ha prodotto i loro spettacoli live ed il tour. Un successo notevole. Sold out nei teatri di tutta Italia, entusiasmo delirante da parte dei fan più sfegatati (recensito recentemente nel blog).

Anche in questo caso sembra tutto molto facile, a sentire lui. Adam Kromelow e Angelo di Loreto hanno fatto un investimento di 40 dollari per registrare un video che hanno messo su Youtube, lo hanno inviato in Italia, hanno trovato Giovanni e il gioco è stato fatto.  Eppure è tutto molto più complesso, vederli, capirli, contattarli, organizzare un tour, portarli in Italia e tutto il resto.

Giovanni mi spiega che Adam e Angelo hanno una formazione jazz, che la scuola che hanno frequentato li porta ad avere un approccio totale verso la musica: durante i concerti non avevano spartiti, nulla, tutto a memoria, tutto in una specie di cloud, forse l’inconscio collettivo musicale, dove attingono i geni precoci e dove l’educazione è scoprire quello che si sa già.

Ma Giovanni non è fermo al passato, è sempre proiettato verso il dopo. Gli chiedo di parlarmi di Arnold Schönberg, e mi dice che sì, é stato importante, ma per l’epoca in cui è vissuto, ormai lontana nel tempo, si tratta di distanza. Lo sguardo continuo ai maestri è come l’ancora che getta la nave.

E gli anni 80? Mediocri? Di cambiamento. Dopo 20 anni di grande musica le case discografiche si sono ritrovate con un mezzo che promuoveva gli artisti, li rendeva tridimensionali, li filmava. Era l’era del videoclip, dei suoni sintetici, gli artisti hanno cominciato a truccarsi e a tagliarsi i capelli. Per certi versi gli anni novanta sono stati molto più interessanti.

In questo ambito Giovanni ha cominciato la sua avventura di musicista a tutto tondo, all’interno di quel grande movimento che è stato definito World Music e che, in realtà, è comunicazione, interazione tra culture, quella che lui porta dentro di sé, la non chiusura in un genere, l’apertura verso il diverso (capisco il ragionamento, questo sito nasce non lo stesso intento).

Negli anni 90 c’erano più soldi, ora è tutto più difficile per certi versi, però ci sono anche meno sacche di privilegio.

E Parma? Qui è abbastanza duro, mi risponde. Molto del lavoro e delle risorse di Parma riguardano, giustamente o ingiustamente, Giuseppe Verdi. Verdi è un classico, e siamo d’accordo, ma non è sempre stato così, la sua era la musica popolare dell’epoca, l’opera era il cinema, come guerre stellari. Meglio non farne un mausoleo.

Gli chiedo del lavoro abbastanza misterioso con la NASA: sonorizzazioni per le loro conferenze, mi risponde. Io penso ai suoni che arrivano dall’universo e gli accenno alla teoria delle sfere di Pitagora, al concetto di musica dell’universo. Per la verità mi esalta questa cosa, ma lui mi guarda abbastanza imperturbabile con il suo sorriso indecifrabile.

Siamo d’accordo su un punto: la curiosità e forse il rifiuto di reiterare il conosciuto portano a ricercare un obiettivo più alto, uno stato di equilibrio superiore. Questa ricerca, matrice stessa dell’individuo, non può che evolvere verso quello stato. Mi ricorda i sassi piatti lanciati nei laghetti che per ogni salto propagano una serie di onde.

Siamo quasi alla fine, sono passate d’un lampo due ore e mi sono divertito mentre apprendevo una miriade di informazioni.

Disponibile e gentile, calmo, attento, perfezionista fino all’estremo eppure alla ricerca del caso: In un video di Youtube, Giovanni interpreta il famoso brano del nonno con Guido Ponzini alla viola da gamba e Claudio Ferrarini al flauto. Ad un certo punto sembra talmente assorto che non manifesta nessun cenno nemmeno quando gli cade lo spartito.

La lezione di Cage, che lui ama molto, si è manifestata in quello scivolare casuale, il cadere del libretto ed un tonfo fuori sincrono alle note precise della stornellata, matematica e caso.

Il ritratto è quasi finito, non è proprio identico al soggetto, per la verità. Direi che la mia tecnica impressionista forse non è adatta alle interviste di questo tipo ma, come diceva Frank Zappa, parlare di musica è come ballare di architettura e, quindi, ecco qua Giovanni Amighetti suonato dalle mie parole.

Gilbert

Immagine di Giovanni Amighetti per gentile concessione di Elisa Caldana e Arvmusic.

Giovanni Amighetti – Un Ritratto tra Regole e Caso.

gilbertcerbara

dicembre 6th, 2014

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