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Hotel Monroe – Alchemica Ep (2015 – autoproduzione) – Recensione a cura di Max Scaccaglia

Hotel Monroe – Alchemica Ep (2015 – autoproduzione) – Recensione a cura di Max Scaccaglia

Pompose tastiere plastiche in crescendo, cori che sembrano preludio ad una suite di metal sinfonico. E’ “Intro” il passaggio dal silenzio ovattato delle cuffie al primo EP degli Hotel Monroe. Comincio immediatamente ad avvertire sentimenti bivalenti: buone sensazioni per l’azzeccata produzione e un prurito sottopelle, un sesto senso che si attiva, forse necessario per non cadere in possibili trappole. Sapete com’è… Oggi ascoltare musica è pericolo da non sottovalutare.

Belli i suoni, molto, lo si capisce subito. Smaccatamente rock, senza pudore, intensi, densi. Ben dosate, equilibrate e vivide, le frequenze si spalmano e comincia “Alchemica”, squarciante e decisa: mille citazioni dentro. Litfiba in penombra. Chitarroni, algide tastiere wave eighties e sprazzi di Subsonica in un mondo psicologico non ben definito ancora, ma dall’attitudine evocativa e visionaria. Cavalcata con parti stoppate in cui si insinua l’heavy, verso un solo di tastiera gelido e tecnologico. Cori, arpeggi decisi, microfono inscatolato alla Subsonica ancora una volta e contro-cori. E via. Mi sono fatto un’idea del genere e attendo il prossimo pezzo.

“Il Portale dei Sogni”. Rumori. Intro di basso bello ritmico e sporco all’unisono col riff di chitarra, non sempre precisissimi, ma ci sta… tanto per stare nel ruvido, il giusto. Si parte, tastieroni e densità. Di certo non siamo più nella Firenze anni 80. Di nuovo inserti alla Samuel (Subsonica) e arriva la strofa con coro di apertura: “e i dolori, i suoni son follia…impazzito scappa via…sono il male che mi assale, un urlo nella notte e poi…l’angoscia mi ha rapito il cuore, il sale brucia negli occhi…”, ma soprattutto : “ e non so cos’è e non so perché…” con il tappeto synth, continui abbellimenti di basso (troppi) e passaggi sulle pelli che portano all’assolo di chitarra stile ballata pesante evoluta e progressione.

Diciamo pure che in mezzo a tutto questo fardello, le rime baciate e le domande vaghe, cariche di cori ed enfasi sonora, mi stanno un po’ schiarendo le idee. Complici le tastiere che sebbene ben riprodotte, a tratti interessanti, ogni tanto mi tirano fuori reminiscenze di suoni non lavorati, usati così, come l’azienda li impacchetta. Aspetto “I Volti del tuo Mondo” secondo video, fresco di uscita il 10 marzo scorso. Mi entrano (ancora) con un basso e batteria, e la mente corre per scherzo quasi ai Queensryche, posso dirlo? Quelli di “Jet City Woman” in “Empire”. Va beh, si stacca dal primo pezzo, ma resta coerente con il precedente. Al massimo un Negrita più verso i Cure. Non saprei, comincio a sentire che quel disorientamento iniziale sale. Continuo ad ascoltare. Do fiducia. Si allarga l’arpeggio, ma succede il peggio, all’improvviso, inattesi, incoerenti, all’inizio della strofa: i “Modà”. Cosa c’entrano adesso? Vacillo, tra “piogge ed emozioni…lui chi è, lei chi è”, ma mi ostino nel cercare di capire la direzione. Aspetto e arriva il ritornello: ”mi sento, al confine tra errore e verità, respiro col cuore tra nuove realtà”.

Tutto mi è chiaro adesso. Arrivo al punto. La batteria bella carica sostiene dei testi che sembrano pagine strappate da un diario adolescenziale. Epica personale (“anni di battaglie, ferite aperte”), lotta interiore, romanticismo rabbioso, desiderio di fuga, ambienti cyberpunk tipo gioco di ruolo o la classica dietrologia da aspirante hacker. Tutte parole a vuoto, che si mordono la coda fini a se stesse. Niente arrosto. Scrivere testi intensi ed emozionanti, che appaiano semplici e siano fruibili a tutti non è affatto facile. Fosse facile, saremmo tutti autori di successo. Di certo la musica qui espressa non aiuta, perché le parole si trovano fatalmente incastrate nella confusione musicale, non esecutiva o tecnica, bensì stilistica. Lo stile musicale, il genere, è infatti ancora prima dei testi, il nervo scoperto, il punto debole del lavoro, anzi punto di fuga perché risulta sfuggente, inafferrabile e costruito su mille citazioni e riferimenti senza mai posarsi o incarnarsi in una creatura definita, nemmeno come scelta artistica, no.

Probabilmente, e cito un’amica, gli Hotel Monroe hanno lavorato per troppo tempo solo sulle cover e non hanno sviluppato un proprio universo, un universo proprio. Qui la vaghezza non è una scelta, ma una incapacità di sintesi, di discorso personale. Credo sinceramente che non siano ancora maturi per il livello di produzione intrapreso e le ambizioni espresse. L’esattezza e la freschezza del lavoro sui suoni alla fine non fa che enfatizzare questa immaturità, persino esplicitando una pronuncia vocale che ancora soffre di certe pesantezze nostrane (certe “esse”, certe “erre”…), cadendo nell’ingenuo addirittura nel bel mezzo della canzone (a 2’35”) quando arriva un parlato più goffo che intrigante. Siamo a “Cyberia”. Coi suoi cori e i testi futuribili offre uno scenario musicale ancora diverso, cupo e decadente, più adatto alle cavalcate di certo metal inglese (che il basso lì va a parare) che non alla mitologia a cui vuole accostarsi o forse rinnovare, quella dei Diaframma e della loro “Siberia” (1984): un’immaturità che non può coprire il “peso di queste distanze”, davvero siberiane.

Alla fine “Heva”. Synth evocativi dal bel corpo e chitarra ferita e nostalgica, ancora armonicamente NWOBHM, per cadere ahimè ancora una volta, finita l’introduzione, in una stentata emulazione, con sapori techno, dei Modà: coro palpitante e attacca il ritornello “e come Monnalisa sarai per sempre viva, ti sfioro il viso bianco, non sarò mai stanco…la tua immagine è come nuvole e cambia forme”, a confermare quanto sia urgente un approccio radicalmente differente alla scrittura.

Ci sono almeno due o tre mondi non compatibili che qui fanno a pugni tra loro: la scena rock-wave italiana anni 80, coi Litfiba e i Diaframma; la scena rock melodico italiano dai Negrita ai Modà che sono comunque formazioni agli antipodi e infine il mondo electro che ammicca al pop-rock. Il tutto inacidito dal costante sentore metal, tic nervoso, riflesso condizionato che va sempre a confondere le acque. “Ciò che non è assolutamente possibile è non scegliere” diceva Sartre, che di esistenzialismo se ne intendeva. Come Federico Fiumani d’altronde.

Voto 4,5/10

Max Scaccaglia

gilbertcerbara

marzo 20th, 2016

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