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Il Ciro – Storie in Brutta Calligrafia – Recensione di Max Scaccaglia

Il Ciro – Storie in Brutta Calligrafia – Recensione di Max Scaccaglia

Il Ciro – Storie in brutta calligrafia (D-musicgenerator – autoproduzione 2015)

Una meteora passò nell’Italia canzoniera inizi anni 2000. Francesco Tricarico. Naif o colto? Tutti e due? Tricarico riuscì a cavalcare l’ambiguità come pochi. Talento puro.

Prima ancora nel 1995 al cinema Underground di Kusturica sparse in Europa il morbo Bregovic per cui il folk balcanico, zingaro e sgangerato, diventò pop…o quasi. Sicuramente popolare. Popolano.

In un cocktail con siffatti umori alla base ci sta bene un po’ di Conte, e perché no una spruzzata di Ivan Segreto (“Fidate Correnti”) e Sergio Cammariere, col jazz che serve la canzone. Attenzione però a non esagerare. Di che cosa stiamo parlando? Di un cantautore made in Parma. Il Ciro: “Storie in brutta calligrafia”.

Rispetto ai riferimenti questo è un contenitore nel quale troviamo tanti oggetti, come in un baule in soffitta: guidati dal solo filo conduttore di una voce e delle sue parole. Filo già di per sé intricato (quanto mi piace passeggiare).

Sospesa tra il naif e il colto, tra la “descrizione di un attimo” e le mille elucubrazioni di herzoghiana fattura, la mano di Ciro si rivela poliedrica, istrionica, anche confusa se debbo dirlo. Sì perché la versatilità qui profusa paga il dazio dell’incertezza, del riempimento fine a sé stesso in cui sovente cade questo lavoro carico di bella musica e di belle idee, certo, ma la cui direzione è spinta dai venti che battono la costa, ora favorevoli ora contrari, ora ad oriente (Bregovic), ora ad occidente (Conte, Cammariere).

Un soffio ed è jazz, un alito ed è una folata elettrica magari di quelle che scardinano le canzoni di Carboni, che ne so… Bella la realizzazione sonora, interessanti gli arrangiamenti, ma il disco si pianta ogni 3×2 in divagazioni: parlate e suonate.

Doverosamente però torniamo al titolo: “canzoni in brutta calligrafia”. L’autore ce l’aveva detto. Ci aveva avvisati che trattavasi di soggetto ancora incompleto, indefinito, in itinere. Divertente il suo attingere ai luoghi comuni in “Mr Secchio”e piegarli alle teorie del vivere che tutti elaboriamo come scorta per la sopravvivenza; oppure tra il divertito e l’andante di “Non è bello ciò che è bello” dove i testi sono un fiume in piena, colmi e stracolmi di rime, riflessioni, detriti e umori.

Gira la testa a volte, e alcuni inserti musicali (le chitarre elettriche) alzano polveroni senza farli depositare. Ridondante “l’orchestrina del Titanic”, indecisa fra un rock’n’roll e una swing band scassata: di certo bello il “refrain” che ci ricorda “chi è in mare naviga, chi è a terra giudica”.

Poi arriva Tricarico in “Ferro e Fuoco” ed è il momento più riuscito. Delicato e sobrio dopo tanto fracasso. Moderne chitarra e batterie. Il testo è incorniciato senza il barocco di un minuto prima ed emerge finalmente nitida la riflessione di Ciro, il suo valore, il bel pianoforte. Tutto perfetto.

L’orchestrina riparte e parte “ora”. I fiati e le chitarre in levare: ska? Gradevole in sé come gli inserti di tastiera delicati, gradevole l’”ora come allora” e il “baciami amore” che arrivano al finale strumentale col sax che aleggia etereo. Ok. Bello. Ma abbiamo citato ancora un’altro genere musicale…l’ennesimo. L’effetto “compilation” è sempre in agguato.

L’omogeneità come un lido dimenticato. Così come “elvira” cambia e torna all’orchestrina di cui sopra. L’ascolto fiaccato da un vocabolario ingombrante come il Devoto-Oli può perdersi e mettere a rischio la voglia di andare avanti. La lenta “silenzi assensi” con alcune raucedini che sfiorano un cantautore troppo noto per essere citato, potrebbe essere un dialogo riuscito, interrotto purtroppo da “il piano regolatore” dove l’esperimento testuale risulta forzato e toglie forza.

La marcia arriva a “mal d’america” e ad “eccoci qua”, un finale che non pesa nel computo metrico del valore aggiunto, del peso specifico, della freschezza. Rimane una bocca impastata e l’amaro di un’occasione mancata per eccesso di zelo e un pizzico di esibizionismo, comunque difetto di sintesi. C’è del talento. Certo.

Quindi leggere, rileggere, cancellare, limare, asciugare. Scrivere un bel tema in 1000 parole. Non una di più. Non è facile.

Voto 6,5/10

Max Scaccaglia

gilbertcerbara

ottobre 18th, 2015

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