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Intervista ad Alberto Padovani – A cura di Gilbert Cerbara

Intervista ad Alberto Padovani – A cura di Gilbert Cerbara

Alberto è chitarrista, cantante, autore, poeta e frontman del collettivo Maninblu

Ciao Alberto
Benvenuto innanzitutto su Parmamusica. Ti porgo il saluto dei lettori che ci seguono ringraziandoti per aver il tempo che hai voluto dedicarci e per aver voluto rispondere alle nostre domande.

  1. La prima domanda è d’obbligo. Cos’è la musica per te?

Un saluto caldo, anche se non troppo caloroso, a tutti. Grazie a te Gilbert…  Viva ParmaMUSICA!
La musica per me è innanzitutto libertà espressiva, passione incurabile, ossessione verso la forma artistica. In alcuni periodi della mia vita è stata ed è “tutto quel che ho” come cantava Pino Daniele.

  1. Qual è il genere di musica che ti piace ascoltare e suonare?

Mi piace suonare quello che so suonare: ovvero canzoni con un certo grado di qualità e contenuto artistico. Insisto molto sul concetto di “arte”, perché mi piace ascoltare musica che abbia forma e sostanza artistica.  A volte ascolti ottimi musicisti fare gare di bravura tecnica, perdendo di vista l’orizzonte e la comunicazione. Questo tipo di esibizione musicale non mi interessa. Ascolto generi molto diversi tra loro: oggi credo che l’obiettivo principale sia quello di pulire le orecchie dalla merda che siamo obbligati a sentire andando in giro.
Quindi, dato che io continuo a muovermi per necessità, a casa devo ascoltare musica d’autore italiana e internazionale, nuova e vecchia, rock vecchio e nuovo, pop e metal… mi piace fare incursioni nella musica classica, nel jazz e nei vari crossover disponibili. Come rifugio “estremo”, a volte scelgo la musica gregoriana e polifonica, che ho avuto il piacere di conoscere cantando nel Coro Paer di Colorno. Alcuni spunti vocali e armonici derivano da questi ascolti. Se ascolti il rimpianto Jeff Buckley capisci che è stato così anche per lui.

  1. Quali sono i tuoi riferimenti musicali? 5 artisti imprescindibili della storia della musica.

Johann Sebastian Bach (l’organista eh), ovvero il più anticonvenzionale dei musicisti; Paul Mc Cartney , il più completo musicista pop-rock (lo dico da lennoniano); Bruce Springsteen, colui che ha ridefinito la mitologia rock; Ivano Fossati, il migliore tra gli italiani negli ultimi 50 anni; Peter Gabriel, l’artista visionario a 360°.

Oltre a questi, ho altri riferimenti musicali, anche molto più recenti, che come onde entrano e riemergono dai miei ascolti vicini e lontani. Chi fa musica dev’essere una spugna in fase di ascolto, ma poi deve sapere costruirsi un proprio stile originale, sia come compositore che come esecutore. Questo costa fatica, tempo, a volte marginalità culturale, ma è il bello del fare musica.

  1. Come ti sembra la scena musicale di Parma?

La famosa “scena musicale” di Parma! Ricca di talento, come non molte città italiane.

Un talento multiforme che, come spesso capita, non viene riconosciuto e non fa sistema.

Basti pensare che da Reggio, con un humus musicale meno qualitativo (ma con più concretezza) sono usciti i Nomadi, Ligabue, i CCCP/CSI, artisti che hanno dettato la linea a livello nazionale. A Modena c’è Vasco.

A Parma, città che musicalmente si fonda sui miti Verdi e Regio, il “rock” e il “pop” inconsciamente vengono visti ancora oggi come generi minori. Questo nonostante la presenza di un Conservatorio che ha aperto al pop, oltre che, come dicevo, ad una miriade di ottimi musicisti in diversi generi. Ma la storia non è acqua.

Da musicista (musicante se vuoi), occorre insistere perché si aprano spazi di ascolto, luoghi significativi, sia a livello di produzione che di espressione. Lavorare in modo intergenerazionale, con apertura mentale.

Occorre lavorare tra noi, senza preclusioni o stereotipi, come abbiamo fatto con la Rigoletto Records, un’esperienza che sarebbe interessante rinnovare e mettere in circolo con nuovi progetti. Seguo con interesse il “Barezzi”, perché, a partire dal mito, cerca di portare sempre nuovi musicisti a Parma e soprattutto di rinnovare concettualmente l’offerta musicale in una visione libera da barriere di genere.

  1. Da cosa deriva il nome ManìnBlù?

ManìnBlù nasce come nome leggibile e interpretabile sia in italiano, che in inglese.

Il blu è il colore della musica d’autore. Se vogliamo risalire alla fonte, già Modugno lo cantava… ma è sempre rimasto lo sfondo ideale per molti artisti, canzoni, produzioni. Le mani nel blu dicono di un “lavoro” sia manuale che ispirato e rivolto verso il blu del cielo, del mare. Qualcosa di profondamente italiano.

All’inglese, o meglio all’americana, è una versione meno cupa del “man in black”: nel nome emerge il blues, che per me è un riferimento più di senso che di stile. The man in his blues, mi verrebbe da dire: chi non ha questo sentimento di ricerca e malinconia non può dire cose profonde, non ha l’esigenza di dirle.

A me e ai miei compagni di viaggio sembrava e sembra ancora un bel nome!

(Si, un nome che rende l’idea. NDR) : )

  1. Ci parli dei tuoi progetti?

ManìnBlù sta preparando uno show da portare nei piccoli teatri e “auditorium”, luoghi dove c’è attenzione ed ascolto, ovvero rispetto per gli artisti, atteggiamenti che stanno scomparendo in altri contesti live. Sarà un racconto mediopadano, dove alterneremo le nostre canzoni a interventi di attori, con testi di autori del territorio, per creare un viaggio denso e piacevole. Abbiamo voglia e necessità artistica di trovare buone situazioni live: è il modo migliore per tenere vivo il nostro repertorio di canzoni, ormai piuttosto nutrito.   “La valigia dell’attore”, come direbbe il grande Francesco De Gregori, deve girare ed essere vissuta.

Insieme al collettivo, che nel frattempo si è rinnovato con nuove energie, stiamo lavorando a nuove canzoni. Ma te lo spiego meglio nella prossima risposta!

Prima fammi salutare Marco Ronchini, che si è preso una pausa: un valido musicista ed una grande persona, che tanto ha dato a ManìnBlù in questi anni.

  1. Quali sono le vostre ultime produzioni?

Quest’anno abbiamo fatto uscire due singoli con video inediti (entrambi con la regia di Luca Vitali). A Natale abbiamo fatto uscire “Questa canzone”; a Pasqua “Canzone per curare le piante”… ora punteremo alle festività laiche. Concentrarsi su un singolo permette di curare meglio la fase di promozione: inoltre avevamo bisogno di rinnovare il nostro repertorio video. Tutto è visibile sul nostro canale youtube “maninbluband”. La nostra musica si trova anche su Spotify (l’ultimo cd e la collezione “Postazioni mediopadane”)

8. Se potessi avverare un desiderio quale sarebbe?

Musicalmente vorrei fare un lavoro innovativo con la band (ops scusa, il collettivo!).

Con “Le canzoni dell’automobile” (2015) abbiamo, secondo me, portato a degno compimento un certo percorso di confronto e mescolanza musicale e culturale, tra musica d’autore italiana e rock americano.

Ora stiamo lavorando ad una piccola comunità di nuove canzoni impertinenti e corrosive. Sento il bisogno dell’immediatezza e della sfida comunicativa: sono anni che richiedono un linguaggio provocatorio, ma senza cadere nei cliché dell’hip hop. Non mancheranno, non possono mancare nel mio modus compositivo, ballate riflessive e contemplative. La scommessa è aperta: ManìnBlù sta viaggiando in territori nuovi.

Se avessi a disposizione budget e tempo senza misura, mi butterei in un album e concerti conseguenti, con una selezione di canzoni di ManìnBlù rilette e reinterpretate con un’orchestra completa (compresi gli strumenti rock e le incursioni elettroniche). L’entusiasmo mi farebbe uscire qualche inedito, di sicuro!

PS ti nomino gli altri ManìnBlù

Enrico Fava, piano, tastiere, programmazione;  Carmine D’Onofrio, chitarra elettrica; Sara Chiussi, voce e piccole percussioni, Michele Manfredi, basso elettrico; Alessandro Aldrovandri, batteria e programmazioni. 

Grazie Alberto, in bocca al lupo per i tuoi progetti

Gilbert

gilbertcerbara

agosto 12th, 2017

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