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Intervista a Luca Lanza a cura di Gilbert Cerbara

Intervista a Luca Lanza a cura di Gilbert Cerbara

Luca Lanza, è un musicista, compositore, produttore professionista e manager discografico che vive e lavora nella provincia con all’attivo molteplici esperienze, dalla musica suonata al digital marketing, alla pianificazione strategica legate all’industria discografica e dell’entertainment.

Carissimo Luca, ti ringrazio innanzitutto per l’amicizia al sito Parmamusica e per aver accettato di rispondere alle nostre domande. Ti porgo i miei saluti e quelli di tutti gli amici che ci seguono!

Il format, come sai, è semplice: 10 domande.

  • La prima è quella che faccio sempre: Che cos’è la musica per te e che ruolo occupa nella tua vita?
    La musica per me segna l’inizio di ogni cosa. Da che ho memoria, ricordo come essa abbia sempre fatto parte, in qualche modo, della mia vita, fin da tenera età. Passavo ore e ore sul pianoforte di mia nonna quando avevo quattro anni o giù di li; insomma, una vera passione a livello direi preterintenzionale. Poi col passare del tempo è diventata una cosa ancor più seria. Lo studio, la dedizione, e tutto ciò che contribuisce a trasformare una passione in una cosa seria hanno fatto la loro parte, immergendomi sempre più in questo mondo. La mia vita di studente delle scuole medie è stata subordinata allo studio musicale e accademico. La mia vita da liceale è stata vissuta facendo slalom gigante tra un concerto e l’altro: ne facevo in media tre o quattro alla settimana, pur non perdendo mai di vista il rendimento scolastico. Per un certo periodo della mia vita, che coincide con il periodo univeristario, ho cercato di relegare la musica in secondo piano: per un po’ ha funzionato, mi sono laureato, sono diventato ricercatore, ed ho fatto le cose per bene, come si suol dire. Poi però ho deciso di non scendere a compromessi con il cuore. Così nel tempo la musica, da passione, è diventata lavoro a 360°, ed oggi sono oltre 15 anni che lavoro e vivo di musica. Quindi per rispondere alla domanda iniziale, direi senza riserva che il ruolo si possa definire “imprescindibile”.
  • Secondo te quali sono stati i 5 musicisti (compositori, strumentisti, artisti) più importanti nella storia della musica?
    Accidenti, questa è la tipica domanda scomoda. Premetto, senza spirito di critica alcuno, che soltanto un pazzo scriteriato risponderebbe con 5 nomi secchi a questa domanda.  Credo sia impossibile redarre a priori una classifica di questo genere. Posso dirti cosa ha influenzato a mio parere maggiormente il flusso storico ed artistico della musica, o meglio ancora, della mia musica. Partendo da Bach (per ovvie ragioni, seppur limitanti, che non sto a spiegare…) ad oggi ci sono stati cerrtamente innumerevoli capisaldi di evoluzione che non possono non essere menzionati. Nel mio parterre di riferimenti non manca Mozart, ma anche i grandi compositori ottocenteschi europei; non mancano le avanguardie novecentesche di Maderna, a seguire i Beatles e, forse ancor più, tutto il movimento brit tra i sessanta e gli Ottanta in UK, capaci di delineare la colonna vertebrale della musica di almeno 20 anni a seguire, così come le derive del blues dei primi del Novecento che dagli USA hanno travolto il mondo. E quindi tutta la cosiddetta Black Music. Ma ancora Duke Ellington, e la frangia che da Gershwin in poi segna la nascita dei grandi song books americani. I Kraftwerk, immancabili! Proprio pochi giorni fa parlavo con il caro amico Charlie Rapino, e discutevamo sul fatto che nessuno abbia ancora proposto di conferire loro un premio NOBEL, per aver cambiato tutto. E poi il pop, tutto, senza riserve. I momenti di svolta, da quando ad esempio i Depeche Mode hanno deciso di sostituire le chitarre con i synth, cambiando faccia al sound generazionale del loro tempo e del tempo a venire; E ancora i grandi colossi della miusica di sempre, i Pink Folyd e tutti i loro esemplari colleghi… Insomma, talmente tanto da rischiare di entrare nel banale. Ed abbiamo parlato soltanto di musica occidentale! Il fatto è che la musica è un organismo vivente che si autogenera di giorno in giorno, fatto di micro organismi che sono le menti e le intuizioni di milioni di individui. Una pagina da scrivere ogni giorno. Potrei dirti i 5… mila musicisti più importanti! Aristotele non me ne abbia a volere se eludo l’enciclopedismo della domanda.
  • Qual è la tua formazione musicale?
    Vengo dagli studi classici. A 10 anni sono entrato in Conservatorio, e da li tutto ha preso forma. Ben presto mi sono imposto di allargare al massimo le mie vedute, e la classica è diventata il semplice punto di origine, di un percorso che è ancora ben lontano dal potersi dire compiuto. Quest’anno festeggio 30 anni di musica. Bene così! Mi sembra sia passato un giorno da quando ho comprato la mia prima chitarra classica. Non ricordo un singolo momento in cui mi sia davvero annoiato. Nemmeno quando passavo sei o otto ore in un’auletta scrostata del Conservatorio. Sembra davvero passato un istante, anche da quel giorno in cui mi fu imposto di vendere la mia prima chitarra elettrica (la Gibson che ancora oggi suono) e di dimenticarmi il jazz proprio dal mio insegnate del Conservatorio stesso, pena la mia estromissione dai corsi (erano gli anni Ottanta, di acqua ne è passata sotto ai ponti, ed esisteva ancora la “musica proibita”). Lo stesso istante in cui decisi di tenere la mia chitarra elettrica e di continuare imperterrito, aprendo così la porta alla conoscenza vera.
    La mia formazione non si ferma nemmeno ora, continuo a ricercare, studiare e conoscere. No potrebbe essere altrimenti.
  • Cosa ne pensi del livello musicale contemporaneo nella nostra provincia?
    Non solo credo, ma sono fermamente convinto che il livello musicale generale di Parma sia davvero alto. Sebbene il parlare di “livello musicale” mi metta un po’ a disagio, non lo nascondo. Il concetto infatti in se è un po’ una chimera, e mi speigo meglio: si tende spesso ad associare il concetto di livello musicale al livello medio delle capacità tecniche dei musicisti di un determinato environment sociale e culturale. Questo porta a tanto dannose quanto fuorvianti congetture. Se infatti avessimo per esempio applicato questo paramentro allo scenario britannico che ha dato alla luce i Clash, i Joy Division, per dirne alcuni, avremmo potuto serenamente dire che il livello musicale generale era davvero sotto la norma. Ma in questo caso la tecnica non c’entrava un gran chè! Il fatto reale era, ed è tutt’ora, uno solo, ovvero che quegli individui hanno creato un movimento musicale e culturale, a prescindere da che scale usassero o da che rivolti di accordi preferissero impiegare. Dati che nella maggior parte dei casi nemmeno conoscevano, e nemmeno volevano conoscere. E qui si viene al punto dolente. Mille musicisti in una città bravissimi non fanno un movimento, non seminano germi di un nuovo sound, non fanno progredire l’offerta musicale (uso un termine caro agli specialisti dell’entertainment). Sono solo mille musicisti bravissimi, tutto qui. Ciascuno impegnato nel suo mondo. Questo a Parma, a Mlano, a Berlino o New York. Finchè non nasce un “sistema”, che abbia qualcosa da dire, che sappia come dirlo, che lo dica a prescindere da tutto e da tutti, e che lo faccia in modo diretto e per nulla sofisticato, nulla in più succederà. Per tanto chiudo con una provocazione che mi farà piombare addosso critiche su critiche, che non ho mai temuto in vita mia, e che non inizierò a temere ora di certo. Trovo sinceramente che ci sia maggior vitalità nella scena hip hop, rap e disco in Parma (ho usato termini da scaffale per far capire cosa intendo), che nei generi tradizionali e tradizionalissimi, chiusi se vogliamo in un certo manierismo volontario, che non fa nulla per aggiornarsi non tanto nei contenuti, ma nei mezzi di comunicazione stessi.
    Parlo di una scena musicale giovane in tutti i sensi, spesso dai più considerata minore e non proprio pertinente “ di diritto” alla musica. Una scena  che tuttavia vede applicarsi alla perfezione la regola d’oro di richiesta / offerta. C’è chi ha qualcosa da far sentire e c’è chi ascolta volentieri, chi paga per farlo e chi affolla i club. Questa è la regola del gioco. Da sempre. Da Bach in poi, dall’antica Grecia ad oggi. Non dobbiamo mai dimenticarlo. Ma d’altra parte, anche il manierismo ha un senso, e nessuno mi toglie dalla mente che questo sia un periodo “di maniera”. Forse un domani verrà rivalutato dalla storiografia musicale. Ma in silenzio qualche outsider passa e ce la fa. Magari parla, non canta, magari compone ad orecchio perché non ha 10 anni di Conservatorio alle spalle… Ma che importa? Io da sempre sto dalla parte degli outsider!
  • Cosa pensi del livello della musica in generale a livello globale?
    Siamo in un periodo in cui un singolo vale molto. Ascolto ogni giorno singoli pop realizzati benissimo, e promossi con potenza. Il periodo che viviamo è un periodo davvero differente dai precedenti. Veloce, forte di numeri globali mai visti prima. Tutto questo disorienta certamente, ma una cosa resta: la qualità. Non me ne abbiano a male i puristi della musica, ma dopo trent’anni di questo lavoro riconosco cosa è realizzato bene e cosa male, a prescindere dal fatto che sia colto o meno (un pedigree tanto fastidioso quanto persistente!). Ed il mainstream di oggi, lo sottolineo, è fatto decisamente bene. Ne parlo spesso con Gianni Bella, colosso della musica italiana con cui ho il piacere quotidiano di lavorare. Sentiamo spesso brani internazionali davvero ben fatti, ben arrangiati e soprattutto ben composti. Frutto di anni di esperienze e di serio lavoro, maturati in ambienti sociali in cui la musica non è vista come un hobby o un piacevole impiego extralavorativo, ma è un’industria vera e propria. Parlo ad esempio della Svezia, produttrice della stragrande maggiornaza delle hit internazionali che ascoltiamo, dove ho lavorato e dove ho amato lavorare; una nazione in cui la musica è al pari dell’industria automobilistica, e come tale genera capolavori internazionali di alta caratura. Assetto che purtroppo noi in Italia non abbiamo, e che forse per molto tempo ancora non avremo, come dimostrano ancor oggi le sfortunate richieste dei nostri governi per far capire che ogni 365 giorni un’occhio di riguardo lo buttano anche su quelli che reputano giullaretti che strimpellano in giro per lo stivale, chedendo loro di fare, autonomamente, ciò che lo Stato non “vuole” fare: ossia qualcosa di concreto per il patrimonio musicale nazional. E ciononostante anche noi italiani produciamo bella, ottima anzi direi, musica. Sforzo comune di indipendenti e non.
  • Quanto è importante la conoscenza di altri linguaggi nella musica
    E’ la base di ogni cosa. Chi si ferma ad un sapere è destinato a restare escluso dal sapere stesso. Di abitudine considero il linguaggio (non solo nel senso etimologico e linguistico) un codice di comunicazione, ed un sistema semiotico di parametri a se stanti utile all’evoluzione della conoscenza e del rispetto. La musica, soprattutto quella elettronica, spazia su numerosi linguaggi e codici di comunicazione. Più ampio è lo spettro di conoscenze del musicista, più la sua creatività sarà prolifera. Il contrario segna la morte cerebrale di molti progetti.
  • Ci fai qualche nome di musicista davvero innovativo in questo momento?
    Il concetto di innovazione nella musica (come in altri contesti) è molto critico. Spesso si scambia per innovazione ciò che semplicemente non è abitualmente fruito, dimenticando un procedimento di mimesi connaturato a tutta l’arte, che vede il ripetersi di elementi cosiddetti “innovativi” in momenti diversi dell’arco storico attuale. Elementi che magari, di per se, non hanno nulla di innovativo, ma per diverse ragioni vengono percepiti come portatori di innovazione. Nel panorama musicale odierno non vedo tanto uno stimolo alla ricerca dell’innovazione, fatte salve mistificazioni evidenti… E’ ovvio che se usi una loopstation e proclami di essere un innovatore, ti stai palesemente attribuendo il merito della ruota o dell’acqua calda, che dir si voglia, e quindi… Vedo piuttosto una forte ricerca rivolta all’affermazione. Lavoro nel digital da anni, e mi occupo specificamente di strategie digitali, e la mia esperienza fa tutti i giorni i conti con il fatto che sulla sola piattaforma YouTube, ad esempio, si creino oltre 4 ore di contenuti generati dagli utenti (cosiddetti UGC) per minuto. Una mole di materiale che rende la sfida al piazzamento di un prodotto davvero ardua. Ma la vera innovazione, sistemica e macroscopica, credo sia legata al fatto che in questa specifica fase storica, la musica si “veda”, e non si “ascolti”. Questo l’elemento nuovo, che permette di attribuire un riconoscimento di innovazione a taluni artisti. La fruizione è cambiata, è visual oggi più che negli Eighties, perché oggi si vende meno di quanto si monetizzi sui canali web. E questo cambia le regole stesse del gioco. Innovatori sono quegli artisti che hanno capito questo importante elemento contestuale, e che fanno di questo un’arte, un’arte di comunicare, e combattono a suon di views i gamers e gli youtubers. Che poi… Non è nemmeno innovazione, ma sopravvivenza, Chi non lo fa tuttavia, è rimasto ad un’altra era, fatta di altre cose… Con tutti i rischi della nostalgia passiva.
  • In che direzione va la musica, ci sarà una globalizzazione o una frammentazione dei generi?
    Prima di tutto mi chiedo se esistano i generi. E se siano mai esistiti. L’esigenza discografica di attribuire un genere nasce da un principio commerciale legittimo ed indiscusso. Ma va da se che la struttura del digital market attuale non abbia più bisogno di generi precisi, quanto piuttosto di marco-categorie funzionali. All’intero delle quali troviamo mondo eterogeneo, fatto di ascoltatori ibridi. Occupandomi di distribuzione digitale mi accorgo sempre più di come il vero genere di oggi sia la “playlist”. Lo ha radicalmente imposto sul mercato lo streaming, senza fatica, come accade per le azioni ben studiate e basate su user experiences precise. La playlist incarna la vera colonna sonora delle fasi della vita di un utente dei nostri anni. Spesso translineari, transgenere e oblique alla logica musicale stessa (sempre che ne sia esistita mai una), le playlist sono il genere del 2016. Il download non solo rimane sempre più cosa per pochi (per lo più amatori ed esperti), ma viene sempre più osteggiato dagli e-stores stessi; basti pensare a quanti sforzi stia facendo ad esempio Apple per limitare il sistema di downloads dell’ex innovativo iTunes, per spostare l’attenzione del pubblico sul servizio streaming di Apple Music. Hard disk dei device futuri sempre più ridotti, difficoltà e limitazioni di ricerca sulle keywords tradizionali, ecc… Un segno di come il trend stia evolvendo. Non chiederei mai ad un adolescente europeo chi è il suo artista preferito, quanto piuttosto che playlist ascolta. Questa la scena attuale.
    E, se ci pensiamo, che differenza pratica esiste tra un valido creatore di playlist ed un bravo disk jockey degli anni ottanta? Innovazione o piuttosto “the song remains the same”? Quel che conta, al netto di qualsiasi considerazione su globalizzazione, glocalizzazione o frammentazione, è la qualità: sta diminuendo? Non direi. Se la sai ricercare la troverai sempre. Ovviamente facendo a spallate tra migliaia di release mensili.
  • Puoi avverare un desiderio. Esprimilo.
    Beh, lavorando nella digital strategy legata al mondo dell’entertainment in un certo senso lavoro nel mondo dei sogni. Contribuisco ad avverarli, a renderli concreti, a studiare metodi e soluzioni affinchè non diventino incubi. Il mio sogno? Difficile dirlo, ma una cosa è certa: sogno tutti i giorni di non smettere mai di avere sogni. Perché di persone aride, legate a doppia mandata ad un portafogli che nasconde le loro emozioni, prive di slanci creativi, convinti che un mondo fatto di parametri certi sia la gabbia d’oro ideale in cui vivere (o sopravvivere?), se ne incontrano tutti i giorni. E questi sono gli incontri meno stimolanti che possano accadere. Il mio sogno è continuare a poter captare la scintilla negli occhi di chi incontro, poter imparare anche da chi non dice nulla, apprendere strategie nuove osservando le persone, il loro modo di agire e di relazionarsi alle cose. Questa è la miniera quotidiana in cui amo scavare, il bacino di ricchezza che rende il mio lavoro non un semplice lavoro, ma il migliore lavoro che potessi scegliere. In un certo senso, una realtà, sebben difficile, a prescindere dai sogni.
  • Hai dei progetti imminenti che vorresti descriverci?
    Non basterebbe un giorno… Vivo di progetti, sono parte del mio assetto professionale. Posso riassumere il quadro del momento. Sto lavorando per 3 nuove start up digitali, che mi vedono operante in veste di ideatore e strategista digitale. Tre progetti, tre APP, che coinvolgono decine di professionisti ed investitori da tutta Italia e anche fuori. Una in ambito musicale, l’altra in ambito del social eating ed un’ultima in ambito dei servizi ai giovani. Cito queste, ma sono certo che entro fine mese ne comparirà un’altra, ed il calendario si infittirà ancora, chiedendomi di fare spazio. Continua la mia attività di consulente discografico, con le diverse label per cui lavoro ormai da anni, sia in Italia che all’estero. Di recente abbiamo lanciato una serie di entusiasmanti progetti con il team di Gianni Bella: un master formativo sulla musica ed il music business, appoggiato da SIAE e da Federazione Autori, ed una Factory professionale per la realizzazione di colonne sonore per il cinema, il web ed il digital. Continuo a produrre artisti indipendenti, bravi e motivati, e ad aiutarli a scalare la montagna di difficoltà che si incontrano, e sforzandomi di far capire loro che in questo mercato nulla è dovuto, a nessuno. E che la fatica è la chiave di lettura privilegiata, ma che l’aspettarsi qualcosa di diritto è, al contrario, la strada più diretta verso la delusione.
    E poi tanti lavori nel mondo digitale extramusicale: campagne di unconventional marketing, comunicazione e progetti vari legati al mercato tradizionale e all’innovazione digitale. Ma nel contempo trovo tempo anche per suonare cose mie. Ho nel cassetto un progettone nuovo, nato dalle ceneri della mia nota avventura internazionale con i Nokeys… Ma se ne parlo ora che sorpresa sarebbe? A momento debito non mancherò. Per ora stiamo lavorando duro nell’ombra, senza guardare l’orologio. Le cose belle nascono da tanto, tanto silenzioso e dovizioso impegno. In questo modo un musicista inganna la ruota del tempo, e non ne teme il passare.

Carissimo Luca
Grazie di cuore per la tua disponibilità e per la musica che ci regali

Caro Gilbert
Grazie mille a te ed al sito Parmamusica

Gilbert

gilbertcerbara

maggio 15th, 2016

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