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Machete – 36 Stanze – A cura di Luca Garulli

Machete – 36 Stanze – A cura di Luca Garulli

Machete – 36 Stanze (Autoproduzione, 2016)

 Voto: 7/10

 Ascolta: Geometrie nascoste

 di Garulli Luca

 Il 2016 ha fatto in tempo ad assistere all’epilogo di uno sforzo elaborato in tre atti, avviato sei anni prima fieramente in lingua madre e protrattosi aggiornando la declamazione attorno al concetto di violenza, con rivoli di vissuti personali sino all’assunzione universale.

Il laboratorio della trattazione trova stanziale familiarità nei metri quadri accarezzati dal torrente Stirone, in quella Fidenza che, guardando la Bassa musicale, già scrutava la falsariga più tumefatta: emblemi di sonorità truci e asociali della zona, i Throne di Diolo, forniscono materiale coerente già dai tempi della precedente ragione sociale (Coca e Margot), seppur con attitudini più parossistiche e microfoni grugnenti.

Fu alla fine del 2007 che un batterista e un chitarrista, Andrea Mongelli e Enrico Mambriani, entrambi orfani della vicenda grindcore dei Mrakfull decisero di non disperdere calli e urgenze posando così la prima pietra di quel che poco dopo, con le adesioni di Davide Galzarano (ex voce degli Eveline Dogma) e Matteo Zanardi (basso), sarebbero diventati i 36 Stanze, nome ispirato dal disco dei Wu Tang Clan, hc rap newyorkese tuttora in circolazione.

I tempi per l’esordio repertoriale non varcheranno i due anni e nel gennaio 2010, dal Mofo Studio di Piacenza uscirà l’autoprodotto Reazioni violente, condensato di nevrotico crossover virato nu metal, troppo presto sacrificato scialbamente alle facilonerie derivative (in primis i Linea 77).

Ufficialmente l’inizio della cosiddetta “trilogia della violenza”, cerniera tematica che crescerà con Mattanza (2012) e vedrà nel frattempo avvicendamenti in formazione (fuori Zanardi, dentro Luca Pioli e Riccardo Tosoni, rispettivamente alla chitarra e al basso).

Machete va a colmare un’intercapedine di 4 anni fungendo da testamento di un film transitato da incubatrici raw e dinamitarde (Reazioni violente) a sovrastrutture più free form e sobrietà acustiche mai in disaccordo (Mattanza).

Le 11 elegie in questione non si propongono di bruciare case madri né di attivare cordoni sanitari lungo accomodanti sentieri della maturazione, molte volte equivocati come via libera gratuiti a manierismi di mestiere.

Il testamento, dicevo, trova enfasi e postumi nelle pietre testuali e si consegna naturalmente a leggibilità didascaliche con notazioni più mansuete e dilatate, quello che istruisce in più di un’occasione le linee di Galzarano e magistralmente presente in Geometrie nascoste, unica schietta recisione di tentazioni screamo.

L’estetica si avvale di fluorescenti innesti prog metal nell’attacco di Minaccia, epitaffio che nelle prime due strofe pronuncia le parole essenziali che ritroverete nella quasi totalità delle future recensioni al riguardo.

A seguire, l’incedere guerrafondaio di La merda trova linfa nel pungiglione arabeggiante che scala le vette del climax sludge, nel vicinato quasi appannaggio dei citati Throne.

Il blocco centrale circoscrive i secondi gutturali e consegna le liriche ai filtri dell’alt-metal al limite della zona Linkin Park (Dissidio), fra bisticci di voci (Zitto e mangia), iconoclastia (Inno inazionale) e prime scelte della Rete (7 a 1).

E mentre gli ultimi razzi vengono esplosi dagli amplificatori in studio (Poesia funesta) sempre con le due dita in gola a disciplinare la penna, man mano cominciano a scorrere i titoli di coda col loro fare risolutivo ma rivelatorio: le polveri growl di Cancrena impongono delle scelte, se non la scelta: quella che tormenta il Nostro nel vortice della disillusione e che pone anche noi davanti al commiato dell’esperienza trilogica.

E ora?

Per il momento, grazie.

SET LIST

Minaccia
Un uomo al comando
La merda
Dissidio
Zitto e mangia
Inno inazionale
7 a 1
Geometrie nascoste
Poesia funesta
Cancrena
L’inevitabile solitudine del cannibale

gilbertcerbara

febbraio 9th, 2017

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