Folk

Mé, Pék e Barba – Carta Canta (autoproduzione 2015) – Recensione a cura di Max Scaccaglia

Mé, Pék e Barba – Carta Canta (autoproduzione 2015) – Recensione a cura di Max Scaccaglia

Per amor di verità occorre dire che Carta canta, quinto lavoro in studio della band di Roccabianca, è un’operazione riuscita, ha centrato in pieno l’obiettivo prefissato.

Riuscito il formato più elegante e riuscito l’abbinamento musica e letteratura, mantenendo un piede nella nostra terra coi classici suoni folk di influenza irlandese e con i testi derivati da una attenta cernita letteraria: si va dal “Siddharta” di Herman Hesse dell’elegante “La vita scorre”, fino al meno noto “Pablito mon amour” dell’alternativo Davide Golin con la leggerezza (solo musicale) di “Rossi Gol”, passando per Erri De Luca e l’immarcescibile Guareschi.

Una varietà di fonti curiosa piegata al servizio dell’immancabile, tipica, sicuramente abusata nel genere, retorica padana: quella della tradizione dei racconti tra il magico e il bellico, e degli avvenimenti tra politica e personaggio di paese. Violini, flauti e fisarmoniche, armonie studiate, cambi, pulsazioni in stretti tempi tagliati, tutto coerente, tutto godibile e leggibile (“Il nonno e il suo violino”), così come sono credibili e azzeccati gli ospiti: Marino Severini dei Gang e Danilo Sacco dei Nomadi.

Non pago della sfida letteraria il gruppo ha aggiunto un secondo grado di complessità. Ha deciso di mettere al centro della scena la splendida voce di Michela Ollari, già interprete di alcune belle prove nel precedente “La scatola magica” (“La madgona dal casal” su tutte). La voce che fu già dei Terramare apre in modo netto e definitivo i Mé, Pék e Barba alla melodia, al servizio di un cantato limpido e incastonato in un’epoca in cui non si sarebbe mai pensato all’avvento di una delle sorelle Bertè; una tradizione canora in cui le note hanno un’altezza misurabile e in cui la voce ha il suono inconfondibile del soprano o mezzo soprano leggero.

Voce che rimane piacevolmente fedele a sé stessa, nei lenti come “Canto barbaro” o “Ambra”, o in ambientazioni più lontane, più “balalaike” come la bella “Europa express” (Paolo Rumiz). Parlo di passaggi di complessità perché i Mé, Pék e Barba prima di “Carta canta” erano sicuramente un’entità differente. Meno perfetti, meno tirati a lucido, più scanzonati e meno filosofi. Quell’essere scassati che nelle pieghe può incantare come fece Tom Waits in “Swordfishtrombones” (1983) o in “Frank’s Wild years” (1987) se proprio cerchiamo i paragoni altisonanti. Come un Bukowski. Obliquità e imperfezione che passavano più intensità, più vissuto, più pelle.

I primissimi dischi erano materiale da osteria, da lambruscone in bicchieri opachi: “Pùtost la bev tòta me” (2005), “La rosa e l’urtiga” (2009) su tutti… ancora “La scatola magica” (2012), che, pur essendo lavoro già lineare e ragionato, manteneva un corpo robusto grazie al carisma di Sandro Pezzarossa, autore, front man e cantante dai colori profondi e decisamente autorevole nel ruolo di cicerone padano. Materiale da osteria dicevo, che non è possibile nobilitare senza rischiare l’annacquamento, intellettualizzare senza produrre un vuoto corporeo. Le osterie non erano di certo dei caffè letterari.

Da allora ad oggi la band ha cercato evidentemente un’evoluzione, com’è naturale volere dopo tanti anni, visto che sono attivi dal 2002. Un passaggio definitivo che ha sicuramente sortito gli esiti programmati in quanto a pulizia, compattezza, sound, ma che ha generato una patina di omologazione, omogenea e spessa: patina ottenuta sommando gli elementi di questa crescita forzosa, fatta di limature e perfezionamenti. Patina che credo abbia sepolto o perso per strada pezzi importanti tra cui la spontaneità (anche “ingenuità” se vogliamo) delle narrazioni, la “scompostezza delle composizioni”, l’eterogeneità delle citazioni e non ultimo un certo sbilanciamento esecutivo, difficilissimo da riprodurre ad arte, che li rendeva speciali, riconoscibili, “terra terra”.

I suoni impeccabili di questo “Carta canta”, il rispetto delle partiture studiate e gli arrangiamenti evoluti hanno portato il lavoro, alla fine e forse consapevolmente, a conformarsi e purtroppo a confondersi con la media delle numerose produzioni di genere che si allineano nella direzione dei Modena city ramblers e della Bandabardò dei primi lavori. Si sono tolti la terra dalle unghie e hanno lasciato lì un pezzo di anima. Senz’altro hanno preso distanza dalla stessa definizione di “Niu folk” da loro stessi e per loro coniata. Probabilmente il tentativo di agganciare la buona scia dei gruppi guida del folk nostrano ha spersonalizzato i Mé, Pék e Barba e io credo che alla fine non ne sia valsa la pena.

Paradossalmente, tanta densità e ricercatezza di scrittura e di notazione ha finito soprattutto per ingabbiare l’espressività di Sandro e Michela, a favore della pulizia e della chiarezza dei racconti, convogliandola in binari più dritti e battuti certo, ma saturando le tracce di pieni, anziché di vuoti espressivi e di vividi silenzi. Spesso si sente la mancanza di introspezione e di confessione, palesandosi una “forma” cucita troppo addosso ai canoni della libreria tradizionale nazionale e di un folklore ormai troppo codificato, fatto di parole e immagini divenuti cliché (“Canto barbaro” tratto da “Barbarico” di Giovanni Lindo Ferretti).

Per confermare l’incipit lo ripeto pari pari: “Carta canta” è un’operazione riuscita, ha centrato in pieno l’obiettivo prefissato. Stiamo parlando di un disco solido, ben concepito e ben elaborato, e non lo dico per indorare la pillola. Credo però che la direzione futura debba passare necessariamente per il recupero dell’identità originaria innestandola nel contesto attuale, più perfetto e complesso, per valorizzarla e far esplodere il potenziale di questa vivace realtà delle nostre zone.

Voto 7/10

Max Scaccaglia

gilbertcerbara

febbraio 21st, 2016

No comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *