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Merovingi – Recensione di Max Scaccaglia

Merovingi – Recensione di Max Scaccaglia

Merovingi (Rigoletto Records – 2015)

“…spunti e armonie di derivazione classica e jazz, tracce più o meno massicce di post-rock e prog e un cantato che prende mosse dalla tradizione popolare e cantautorale per approdare ai mantra ipnotici di stampo animista e tribale. Una summa che il gruppo definisce Indie Rock Post-Antico”.

Così termina la presentazione di questo lavoro sul sito della band (merovingi.it). Dichiarazione di intenti che sembra preludio ad un grande lavoro musicale, che ha generato una certa aspettativa e che la presenza di musicisti di spessore ed esperienza sembra avvalorare.

Premessa senza compromessi, impegnativa, che accende suo malgrado un riflettore impietoso sui grandi limiti di questo lavoro. Lavoro che non riesce mai a staccarsi da un codice inadeguato, da soluzioni espressive obsolete; nonostante i numerosi sforzi in elevazione, nonostante l’idea di base sia assolutamente lodevole.

Non si partirebbe neanche male con la Danza di Shiva dove un intrigante loop di piano gioca ad incastro con uno riuscito intreccio tra basso, batteria&claphands. Musicalmente forse la cosa più interessante del disco, appannata dall’indecisione della voce che sembra tremante e dall’esecuzione seduta della ritmica. Molto bella l’apertura armonica che completa il brano: caso unico nell’economia del lavoro. Una direzione complessiva che se portata con padronanza avrebbe potuto sfiorare il riferimento eccellente dei Flying Lotus di You’re Dead (2014).

La voce di Pelosi qui inizia col suo tipico stile salmodiante e i testi dal respiro mistico, come ampiamente dichiarato all’interno della cover che cita Teresa D’Avila, S.Francesco D’Assisi, “Il Tao della Fisica”, il Salmo 91 e un mantra buddhista… Si sa che quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito. Il problema è che in questo percorso anche il più volenteroso degli allievi può far fatica a tenere alta la concentrazione verso l’ascesi.

Clamorose ingenuità e un approccio sonoro superficiale affliggono questo lavoro dalla grande ambizione culturale. In primis e sopra tutto: lo stile. E’ l’indietronica acidificata del primo brano a prevalere o il dilagante quasi pop-rock melodico del secondo (“Sutra“)? Così come squarciato da accelerazioni “alternative” e finali Prog e lenito da melodie strumentali zuccherate, quasi Adult Oriented Rock (AoR)…

Basi appoggiate come si sentirebbero da acerbe cover band, rime baciate, quasi ninne nanne (“Nut“) si alternano ad atmosfere narrative Ferrettiane e finali indie math-rock: la Vetta degli Dei è un’occasione fallita in fase di arrangiamento. Nei momenti volutamente naif manca la forza delle soavi storture d’autore Indie (Eels) e gli episodi più impegnati, come il jazz o le progressioni espresse, sono assolutamente manieristici andando regolarmente a cadere in una reminiscenza elettrica da musica colto-consumistica anni ’90, ormai memorabilia.

Ingenuità di linguaggio e ambizione armonica dicevo, in cui l’intervento dell’onnipresente sassofono può conferire spessore atmosferico, ma il cui abuso rende il lavoro patinato, monotono, risultando stucchevole nel corso dell’opera. Assisi celebra la doppia anima di questo lavoro: immaturità nella velleità. Dopo un rock leggerino e spensierato parte l’intonazione del Cantico dei Cantici con basso e batteria dal piglio fusion assolutamente fuori luogo come le iniezioni trasversali di sax, di funky guitars, di slap…

Tema alla Clarence Clemons a ribadire il disorientamento stilistico e la carenza di precisa cultura, di precisa attitudine applicata al soggetto. Iside. Tirare in ballo tanta deità per poi andare a finire nei dintorni di innocenti arpeggi padani (“non è tempo per noi” diceva Luciano) di certo non aiuta a dare spessore ai testi che vivono più di citazioni e immagini messe accanto senza tanta trama e che soprattutto non offrono intensità, momenti di verità, di identificazione o di approfondimento: non bastano intento poetico e buona interpretazione a restituire credibilità.

Un ritrito patchwork culturale tra oriente e occidente che assomiglia tanto ai libri di Anthony De Mello o Deepak Chopra. Ancora la Fusion anni 90 in chiave radiofonica de Le Strade del Tempo accompagna un testo da copia-incolla fino all’ennesimo assolo, sbrodolato, di tenore. La Produzione sembra assolutamente inconsapevole di quanto accaduto negli ultimi 20 anni. Un disco che suona troppo pulito nel senso peggiore del termine: slavato, insapore, freddo.

Addirittura squilibrata l’intonazione di Francesco Pelosi che esce esitante e spesso non sembra allineata con il pitch delle basi e dei fiati. Si termina con Piedi di Cerva, un piatto procedere lento con effetto carillon iniziale e ulteriore cavalcata finale di sax, così struggente ed evocativa che denuncia sentimenti elementari, che mai gli arrangiamenti o i suoni riescono a rendere più profondi, più credibili. Lavoro dalla cifra stilistica e interpretativa arretrata, superficiale nella realizzazione, sorprendentemente vuoto e patinato.

L’esatto contrario di quanto promesso. Peccato.

Voto 4,5/10

gilbertcerbara

novembre 29th, 2015

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