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Note scoordinate di un uomo assemblato male – Giovanni Civa

Note scoordinate di un uomo assemblato male – Giovanni Civa

Che un’estate ero andato con un mio amico al concerto di Baglioni che avevamo l’ormone abbronzato e speravamo che qualche ragazza lo notasse mentre le si abbassavano le difese al suono di quelle note sdolcinate. Ma appena siamo arrivati allo stadio di Massa, che c’eravamo andati in bicicletta che quando l’ormone chiama c’è mica fatica che tenga, ci siamo accorti che le poche ragazze della nostra età erano state sicuramente trascinate da quell’orda di madri più o meno composte che fingevano di accompagnarle.

Beh dai, finalmente una serata diversa che potevamo mica stare tutt’estate sul pontile di Marina. Ma poi ci siamo accorti che le canzoni di Baglioni non le conoscevamo mica e aspettavamo solo che arrivasse il ritornello Viva, viva, viva l’Inghilterra…

Che poi ci siamo accorti anche di un’altra cosa terribile, almeno per noi: il concerto si chiamava Assolo mica perché era il titolo del suo ultimo LP, che allora c’era ancora il vinile, ma si chiamava Assolo perché non c’era la band, c’era lui solo, la sua chitarra e il suo pianoforte. Pensa te che scoperta. Meglio il pontile.

Dopo qualche estate, sempre a Marina, una mia amica mi fa: – Mi porti a vedere il concerto di Luca Carboni? –

Che poi per vincere la timidezza basta un attimo: – Solo se mi limoni. –

Scambio a mio parere più che equo. Affare fatto.

Solo che anche lì, mi si presenta con le ballerine ai piedi e la gonna a palloncino, capirete bene che anche l’ormone abbronzato certe cose le patisce. Che a pensarci bene, in realtà, mi aveva già limonato anche prima che ero mica un brutto ragazzo, solo che non avevo fatto caso che per farlo ci voleva un gioco ad incastro dei nostri nasi. Siam poi durati poco.

Che avevo già capito che la musica che piace a me non è mica quella lì, che porta da nessuna parte se la devi ascoltare con l’ormone.

Che poi, sì lo so inizio sempre la frase con che, sembra strano essere arrivato lì, cioè io che avevo usurato il disco di Sergio Endrigo nel mio mangiadischi arancione, mi ritrovavo a quei concerti ad ascoltare la musica mica con l’orecchio. No, ero mica io.

Negli anni sono andato ad altri concerti, a quello di Little Steven eravamo in quarantacinque, forse qualcuno meno, a quello degli U2 mi ero innamorato di Maria McKee dei Lone Justice che aprivano il concerto, a quello di Vasco una mia amica biondina mi aveva limonato senza permesso, a quello dei Litfiba mi avevano rubato l’autoradio e a quello di Finardi un mio amico, che aveva bevuto, ad ogni fine di canzone gli urlava: – Bravo Piero!!! –

E mi ricordo che Finardi dopo un po’, sconsolato ma sempre sorridendo aveva detto: – Mi piace sempre tornare qui in Emilia perché la gente è proprio simpatica. –

E allora per allontanarlo qualche minuto, avevamo mandato quel mio amico lì a prendere da bere.

Solo che poi al ritorno si era fermato sul cancello d’ingresso di quella piccola arena estiva, proprio sotto al lampione e siccome non ci trovava, alzando al cielo una bottiglia di vino rosso e dei bicchieri di plastica, piangendo si era messo a strillare: – Amici, dove siete? Piero aiutami tu! –

Capite bene che, ormai additati da tutti, avevamo fatto il giro ben largo da quel straziante cono di luce.

Poi è morto mio padre e con lui molto di quello che era la mia vita. Mi son ritrovato chiuso nella mia camera con l’amico stereo, a cercare conforto e forza in chi cantava il proprio dolore. Lasciati per strada i gruppi che stavano uscendo in quegli anni, mi son ritrovato ad ascoltare Marco conta uno, due, tre, cantava Conidi. Giovanni conta uno, due e tre, mi dicevo. Quante volte l’avrò ascoltato quel disco, superato di netto Sergio Endrigo.

Che quando sei solo ti vien facile condividere il mondo di altri e costruirtene uno tuo, fatto di gente che non ti tradisce mica, che quando la cerchi ti basta accendere lo stereo e sai che sarà lì.

Son cresciuto appassionandomi ai testi delle canzoni, ai giri di parole, alla ricerca del termine giusto, alle rime che non ti aspetti. Sì lo so, son cresciuto mica bene.

Mi ricordo il professore di disegno che al tecnigrafo ci lasciava usare il Walkman e le imprecazioni per quando si scaricavano le pile, malgrado andassimo già di risparmio energetico riavvolgendo le cassette con la matita. Questa bella abitudine qui, dell’ascoltare musica mentre disegno, mi è rimasta ancora oggi. Anche quella un po’ meno bella delle imprecazioni per le batterie scariche, ma lasciam perdere che sto quasi figurando bene che sembro una persona educata. Che io quando parlo di musica non ho mai un filo logico, sono all’apparenza mentalmente scoordinato ma dentro sto proprio bene. Che poi a pensarci sono così anche senza musica, solo che con lei peggioro cioè per me miglioro. Che c’ho scritto anche un libro con tanti che che parla di musica e male di qualche cantante. Comunque a me piaceva Donatella Rettore e adesso mi è venuta in mente Diana Est che canta Le Louvre. Non sono mai obiettivo nelle mie uscite, sto facendo una fatica a trattenermi che mi accusano anche di dare giudizi. Eh ho capito ma ho mai detto di essere equilibrato e fatto bene. Cioè, per me son fatto bene, esteticamente quel brutto che si sopporta.

La mia morosa mi dice che son bello, ma me lo dice solo quando si mette le ballerine perché sa che ha qualcosa da farsi perdonare. Che per conquistarla, dice lei, mi è bastato avere un nome che inizia con la G ed essere mancino. Secondo i suoi target avrei dovuto avere anche due galloni da rugbista ma son venuto fuori gracile e a lei vado bene lo stesso. Anche lei pensa di essere normale. Era la mia compagna di banco delle elementari, l’ho ritrovata dopo trentacinque anni e mi fa: – Ma tu, per caso, hai una macchina da ignorante? –

E pensare che già mi piaceva sui banchi di scuola mentre a lei piaceva un altro, quello che piaceva a tutte. C’era poco da andare a scuola tutto pettinato e in ordine col grembiulino blu e quel colletto bianco con le punte alla Little Tony, lei aveva occhi solo per il mio amico che adesso va in giro con le scarpe in ciliegio. Dopo qualche mese mi manda un link di una canzone che dice E io trovo un po’ buffo e un po’ triste che i sogni in cui sto morendo sono i più belli che abbia mai fatto. Che per vincere la timidezza, durata trentacinque anni, ti accorgi che basta un attimo se sei sicuro di aver trovato quella giusta: – Mi limoni? –

Che ci limoniamo ancora adesso che male non fa, anche se a volte mi dice che sono stato assemblato male e mi spegne la radio appena sale in macchina. Che anche se non ho più l’età a me piace ascoltare il punk rock e lo si può mica ascoltare a basso volume. Che mi verrebbe voglia di mettermi a cantare, poi vedi tu come la riaccende la radio. Che io a cantare vado mica bene, faccio parte di quel dieci per cento, forse anche meno, della popolazione che proprio non riesce a tenere l’intonazione. Allora la  natura, che sa quel cha fa, mi ha donato questo amore per la musica. Come risarcimento, si vede. Che ho una collezione di dischi a cui sono affezionatissimo, mica rari ma sono i miei. Che su certi bootlegs ci ho lasciato ancora l’etichettina adesiva con il prezzo in lire, anche se mi ricordo bene quanto avevo speso per ciascuno di loro, vista la fatica che avevo fatto a risparmiare tutti quei soldi. Che mi serviva un posto dove tenerli e la mia morosa mi fa: – Li mettiamo temporaneamente in taverna da me. –

Solo che poi le si è rotta la pompa di scarico delle acque piovane e la taverna si è allagata. Sono partito come un automa a mettere tutti i dischi ad asciugare sui mobili appoggiandoli al muro e fra di loro, quelli doppi aperti per stare in piedi da soli. Sono partito da quelli degli Alarm e Big Country, poi Little Steven e i bootlegs degli U2, compreso quello verde tiratura trecento copie trentamila lire, U2 ufficiali, Cult, Conidi, Alberto Fortis di Alberto Fortis, per me una delle migliori opere prime della musica italiana, Blondie, Faber e poi tutti gli altri. Solo i 45 giri, nella loro cassa da vino sopra il divano, si sono salvati. Non imprecavo e non parlavo, nella mente mi passavano i ricordi, le ore passate ad ascoltarli, a pulirli, a classificarli, a sistemarli. Per un paio di giorni ho parlato poco, non avevo nulla da dire. Mi sentivo vuoto. Adesso con tutte le copertine di cartone che sembrano mosse da quelle onde piovane, occupano il triplo di spazio e quando li guardo sto un po’ meglio che non mi sento più in colpa per averli traditi e abbandonati.

C’è da dire che la mia morosa, che a volte chiamo 1+1=11 anche se undici non fa e altre Oca anche se oca non è, in quei giorni mi ha lasciato rispettosamente nel mio dolore. O forse era presa dall’asciugar casa, non so, ma a me piace pensare che mi abbia lasciato lì in taverna in mezzo ai miei dischi, che si vedeva che mi mancava qualcosa. Che a me lei piace tantissimo ma posso mica dirglielo spesso che poi si abitua a sentirselo dire. Che son quelle sensazioni che si fa fatica a descriverle, soprattutto per uno sgrammaticato come me. Ci siam più visti per trentacinque anni, anche se le nostre vite, così uguali così differenti, sono sempre state solo a qualche centinaio di metri l’una dall’altra. Vite che non erano pronte per incrociarsi, si vede, perché quando si son poi incrociate è stato chiaro fin da subito che c’era stato qualcuno a manovrare i nostri destini e a farci ritrovare solo in quel momento. Qualcuno che ci ricordavamo entrambi. Che la mia morosa, oltre a portare la ballerine, i primi tempi quando era più innamorata me lo chiedeva o prima mi avvertiva, ha anche qualche, diciamo così, difetto musicale.

Una della mia età che non conosce Rudy e Rita di Alberto Camerini, non che sia stato un capolavoro ma non conoscerlo… e non era a conoscenza nemmeno dei Twisted Sister, non che siano stati una delle colonne portanti della musica, ecco son poi d’accordo con voi che, a fatica, ci si potrebbe passare anche sopra a questi difetti ma che dica che Federico Fiumani sia stonato a me girano mica poco, soprattutto perché so che ha ragione. Come purtroppo spesso capita, anche se meno frequentemente di quanto lei sostenga. Ma lasciamo cadere il discorso che, come dicevo, l’Oca che oca non è poi me la fa pagare, che se la lega al dito che è sempre un piacere vedere visto che ha sempre le unghie tutte pitturate. Che le piace farsi bella per me, almeno così diceva i primi tempi quando era più innamorata. Che per me, lei è simile alla musica: mi fa andare in confusione ma mi rende un uomo migliore.

gilbertcerbara

aprile 9th, 2017

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