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Prometeo, pubblico e Musiche altre – Articolo di Beppe di Benedetto   

Prometeo, pubblico e Musiche altre – Articolo di Beppe di Benedetto   

Ieri sera sono stato ad ascoltare la prova generale di Prometeo di Luigi Nono presso lo splendido Teatro Farnese di Parma. Reazioni contrastanti e tante idee e pensieri ha suscitato in me l’ascolto di questo capolavoro del 900 ormai eseguito in tutto il mondo.  Ho pensato di scrivere questo (mio primo?) articolo per riflettere, condividere e confrontare con voi alcune riflessioni. Musica/musiche, bello/brutto, progressisti/conservatori, emozioni,  cultura, mainstream, pensiero unico o divergente, sono queste alcune delle parole chiave che si insinuano nella mia mente dopo la fruizione di certe musiche.

La musica è l’arte dei suoni, ma tutta la musica è arte? Questa domanda ritorna nei pensieri di chi si vuol porre e si posto il problema nei secoli. Per me la risposta è decisamente no, non tutta la musica è arte (che non vuol dire che quella non ritenuta da me arte, sia esecrabile). Sicuramente il Prometeo di Luigi Nono è musica d’arte. Il motivo, o uno dei motivi sta nella grandiosità del progetto: il linguaggio musicale  personale e ricercato (armonia,  ritmo, timbri, impasti), i suoni che riempiono gli spazi e corrono, si rincorrono, si cercano, si allontanano nel luogo dell’esecuzione vasto, uso di tecnologie contemporanee (live elecronics) per la manipolazione ed emissione in tempo reale dei suoni acustici e delle voci. Vi descrivo brevemente la disposizione: un gruppo strumentale sul palco, uno in platea appena sotto il palco a sinistra ed uno a destra, uno nel primo ordine del loggione e due percussionisti nel secondo ordine in alto, un piccolo gruppo di tre solisti (archi) sulle gradinate centrali in basso,  un coro di 6 voci maschili e 6 voci femminili sulla destra delle gradinate, un gruppo di 4 cantanti solisti sulla sinistra delle gradinate, 2 narratori sulla gradinata centrale a mezza altezza, 6 tra tecnici e musicisti per la parte di live electronics al centro della platea, due direttori (dei quali uno indipendente dal tempo del direttore principale, qualcuno direbbe: “il tempo deve essere uguale per tutti!”. La cosa bella è che nell’arte tutto può essere possibile), il pubblico con le sedie rivolte nelle varie direzioni dei tanti gruppi strumentali.

Musica difficile, senza dubbio, di difficile ascolto se ne usufruissimo secondo i canoni mainstream. Ho capito, nonostante le mie orecchie (di musicista) siano abituate a certe sonorità ed io stesso abbia a volte eseguito musica contemporanea, che per trovare il senso della mia presenza in quel luogo avrei dovuto cambiare i miei paradigmi: sono giunto alla conclusione che ho vissuto un’esperienza. Bella? Brutta? Cadrei nuovamente nel tranello se mi facessi queste domande. Un’esperienza, secondo le neuroscienze, è un dato che arriva al nostro cervello che, da quel momento, sarà arricchito di nuove conoscenze. Certo, la tendenza ad essere curioso, di cercare le novità, di non appiattirmi su modelli dati dalle precedenti esperienze, ad essere tendenzialmente progressista (spero) e non conservatore, fa parte di me e mi fa vivere esperienze che mi arricchiscono spiritualmente.

Quando sento l’espressione “La musica deve emozionare” mi viene da sorridere. Cosa vuol dire questa espressione? Secondo il pensiero mainstrem la musica deve far piangere o sorridere, far provare o far rivivere esperienze passate (positive e negative), mettere di buon umore  o provocare il ballo, o battere i piedi e le mani e via dicendo. Esiste tanta musica per questi scopi. Attenzione, non sto dicendo che sia brutta o non valga la pena ascoltarla, noto semplicemente l’enorme sproporzione tra spettatori dei vari generi (chi sta scrivendo ha avuto la possibilità di suonare davanti anche a 40.000 spettatori e oltre con un cantante famoso e di suonare musica di altissimo valore artistico davanti a 40 persone). Le emozioni che si provano ascoltando altre musiche sono diverse e contrastanti. Io le chiamo appunto esperienze.

Da qui il motivo altro di questo mio articolo: la domanda perenne mia e di tanti addetti ai lavori e appassionati: “perché cosi tanto pubblico riempie i palazzetti per i cantanti famosi e non per musiche altre?”. Domanda più recente: “perchè Patty Smith (che a me piace eh?) ha riempito le cronache dei giornali locali parmigiani e dei social per giorni, e del Prometeo o di altri concerti incredibili che ci sono stati non se ne parla con queste proporzioni? Le risposte, specie tra addetti ai lavori ce le diamo tutti i giorni e sono varie, ognuna con la sua parte di verità: la scuola non educa alle musiche (non alla musica) come dovrebbe, il martellio dei media rispetto alla musica commerciale è costante da tanti anni e forma soprattutto le nuove generazione nel momento in cui sono ancora giovani, occorre la predisposizione e la preparazione per riuscire a vivere esperienze del genere. Questo vale per il Jazz, per la Musica Classica e per la Musica Contemporanea. In generale direi per la musica strumentale. Ecco, ho trovato il nocciolo (o uno dei noccioli della questione): si riesce a vivere esperienze con le canzoni e non con la musica strumentale. Chi non sa o non vuole confrontarsi con il repertorio musicale colto non sa cosa si perde, credetemi!

La mia utopia è vedere il pubblico riempire clamorosamente i teatri, i club, le piazze che fanno programmazione di musiche altre, che omaggiano il lavoro (credetemi, arduo e poco riconosciuto) di musicisti e cantanti che propongono musiche di altissimo livello, partecipando, comprando dischi e libri di approfondimento ecc ecc. Si instaurerebbe cosi un circolo virtuoso per la cultura, per l’arte, per la bellezza, per il benessere e per la crescita dell’individuo e della società tutta.

Vorrei vedere, insomma, il pubblico partecipare ai concerti di musica colta con in tasca il biglietto per i concerti prossimi di Vasco.

Siate affamati, siate folli cit Steve Jobs

Beppe Di Benedetto

gilbertcerbara

maggio 31st, 2017

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