Too Loose Low Track

R-11 – Waschmaschine (e il cane di Pavlov)

R-11 – Waschmaschine (e il cane di Pavlov)

Questo appuntamento su Parmamusica è dedicato ad un gruppo di Parma nel quale mi sono imbattuto casualmente e che mi è piaciuto subito. Si chiamano R-11.
Durante l’approfondimento della loro musica ho scoperto che ha ottime recensioni a livello nazionale ma, a mio parere, merita molta più attenzione nella nostra provincia.

Sono in tre. Non rompono niente. Non sono alternativi. Si lavano. Lavorano. Almeno uno è di sinistra. Hanno un’istruzione. Non hanno un mutuo. Non scrutano l’infinito. Non sono i migliori. Fanno fatica. Sono amici. Niente turnèe. Niente interviste. Tutti contenti. Poca bobbina registrata. (Dicono di loro stessi)

Si tratta di un trio nato nel 2002: Basso, Batteria e Sax, che per molti anni ha lavorato su strutture Jazz, Free e Prog fino al 2011, anno nel quale la formazione è cambiata con la fuoriuscita del sassofono e l’ingresso della chitarra.

Ecco i componenti.

Michele della Malva al Basso
Roberto Reggiani alla Batteria
Andrea Silvestri alla Chitarra

Nel 2012 Il gruppo pubblica il suo primo lavoro: Lupus in Trio. Si intravedono ricerche jazz-rock anni 70, inserti di jazz classico e qualche spruzzata di ritmica metal molto moderna dove la batteria si alterna tra stravolti tempi swing, rock e dispari furiosi.

Nel 2014 pubblicano il loro secondo progetto che si intitola Waschmaschine; e di questo vorrei parlare.

Abbastanza difficile inquadrarli in un genere, si va dal Math Rock, al Rock Sperimentale, al Prog, forse alle fondamenta comuni del Jazz Contemporaneo. Loro lo chiamano Nu Jazz, ma potrebbe anche chiamarsi Free Rock. In fondo non hanno torto. Comunque sia è un approccio moderno, i tempi sono spezzati, dispari, interrotti, singhiozzanti e (cosa non facile) ben suonati.

Il brano n° 5 è quello dal quale dovrebbe partire l’ascoltatore. Boaga. Armonici alla Okonkole Y Trompa di Jaco, Michele della Malva al basso ha una bella cartucciera di tecnica: Loop ed effetti, il già citato Pastorius, Les Claypool, Diego D’Agata, Michael Manring, Gary Willis. Michele mi ha parlato di Evan Marien (quest’ultimo l’ho visto poi sul tubo suonare con Malaman che ho intervistato poco tempo fa, sempre sul blog). Insomma un signor bassista.

Senza stare troppo a riflettere sul significato di oltrepassare ogni barriera quello che attende l’ascoltatore non è la solita sbobba da sala d’attesa, si tratta di musica dalla dinamica battente, a tratti ipnotica e che in altri momenti sterza verso lo swing.

Croce e delizia dell’essere umano è l’abitudine, i suoi automatismi lo agevolano in mille evenienze, tipo fare retromarcia per una rampa mentre risponde al telefono, ma questo grande talento ingabbia inconsapevolmente gli individui anche nelle situazioni nelle quali dovrebbero essere guidati dalla libertà.

E siccome siete tutti lettori studiati (e se non lo siete è lo stesso 😉 conoscete senza incertezze l’esperimento del cane di Pavlov. Ebbene, si parla dei riflessi condizionati. Spesso, come dei cani pavloviani, saliviamo ad ogni suono di campanello, che per noi è l’uscita del nostro artista preferito, intenti ad aspettare la nostra copia di un Vasco, di un U2, un Tiziano, un Ligabue qualsiasi. (o un Miles che ne so…)

Il motivo è semplice. E’ diventato uno di famiglia. Rassicurante. Anche se magari da dire ha poco, oppure quell’album l’ha proprio sbagliato. E anche il suo valore è scaduto. Scadente. E se così fosse, che senso avrebbe allora ascoltare della roba inascoltabile per disinnamorarsi definitivamente della musica? Ma va bene così, aspettiamolo pure questo CD, ma apriamoci anche ad altro.

Io penso che quando si comincia a salivare senza fame, senza odore di cibo, addirittura senza cibo occorra dirigersi verso qualcosa di diverso.

Il bello di questi tempi è che poichè la musica che ci propongono i grandi mezzi di comunicazione è banale, stomachevole e sempre identica a se stessa, gli artisti e gli ascoltatori che la amano in modo diverso seguono nuovi sentieri.

E ogni brano degli R-11 è, effettivamente, come un sentiero, comincia magari pianeggiante in uno spazio largo e arioso, poi d’un tratto si inerpica per un dislivello irto e poi scende di botto e si tuffa in una discesa ripida. Bisogna imparare a districarsi. E’ quello che si chiama un approccio non ragionevole né rassicurante.

Eppure anche l’opera più astrusa (sto usando una iperbole) può raggiungere il cuore di chi non ha la preparazione o l’interesse per comprenderla a condizione che nell’opera stessa ci sia un cuore. E qui pulsa.

Le chitarre di Andrea Silvestri spaziano tra Mussida, Frisell, Andy Summers, il Jeff Beck più sperimentale, qualcosa di Wes Montgomery e (addirittura..) il muro di suoni di The Edge (e anche  l’ascoltatore degli U2 è accontentato).

La narrazione di Zen porta sule spalle le influenze più o meno consapevoli di, Nucleus, Yes, Primus, Duello Madre, Stravinsky, Frank Zappa, Beefhart, Gentle Giant, Gong, e i recentemente scoperti (grazie Giovanni) Massacre del Chitarrista Fred Frith e Bill Laswell.

La batteria di Roberto Reggiani mi ricorda: Alan White, Billy Higgins, Billy Cobham e Roberto Gatto. E’ penetrante, ma ha un suo modo esclusivo di ricercare la purezza, di passare inosservata, una disciplina autoimposta che ricerca lo spazio del lontano mantenendo serrati poliritmi seminascosto dietro ad una tenda.

C’è un modo di dire, che rappresenta un modo di pensare, che rappresenta la musica. Questa formula veniva usata da Truman Fischer, insegnante di composizione prima di Frank Zappa e poi di Edward Van Halen che diceva: Se suona bene, va bene!

Però le dissonanze le devi saper usare sennò sono stonature, aggiungo io.

L’apparente confusione di 3 or 4 Shades of Blues di Charlie Mingus, i vuoti (Cage), le ossessioni ritmiche (Steve Reich), l’equilibrio di rumori (Varése), l’estetica di Zorn. Nel primo brano dell’album 106 vi  è tutto questo e, in più disciplina, progetto, risolutezza.

Il brano Waschmachine lo consiglio come terzo ascolto: ormai siamo pronti a tutto, le divagazioni si fanno più intense, ci interessa questo viaggio intestellare, questo esperimento Metal Funk tra Holdsworth e Howe, Splatterpink (#3) eCynic.

Ehi! In le Commissaire cosa c’entrano gli EL&P mischiati con i Tribal Tech e la Premiata? Appunto è proprio questo che intendevo, la gioia atroce di un territorio inesplorato e, per questo, inizialmente, incomprensibile.

Quarto brano Slow F, un reggae. (no, scherzo dai…) e poi ascoltate pure quel che volete e nell’ordine che preferite.

E, cari amici di PM, questo mese non mi sembra che il vostro artista preferito faccia uscire il suo ennesimo capolavoro, quindi qualche euro per Waschmachine li possiamo bene investire.

Si tratta di una grande battaglia tra la salivazione al suono della campana del cane alla catena o la corsa a perdifiato in un campo d’erba madida di rugiada con la lingua penzoloni, pazzi di gioia senza sapere il perché.

Gilbert

Link fb: https://www.facebook.com/Round11?fref=ts

Link Bandcamp: http://r-11.bandcamp.com/

gilbertcerbara

febbraio 4th, 2015

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