Too Loose Low Track

Un Perfetto Transito Inusuale – Recensione di Another Point of View di Beppe di Benedetto

Un Perfetto Transito Inusuale – Recensione di Another Point of View di Beppe di Benedetto

Il presente è l’unica cosa che conta. Qui ed ora. Ma il presente è fatto di passato e guarda il futuro.

Another Point Of View, l’ultimo lavoro del nostro Beppe di Benedetto, anticipa, già nel titolo dell’album, che questo progetto è composto e suonato secondo un altro punto di vista.

E un ascolto non basta (ma nemmeno 4 o 5) anche se i tratti salienti si colgono in fretta, sprazzi di melodie sognanti, ritmi composti, sequenze che si susseguono in modo inusuale, unisoni, fratellanza, energia, sudore, progetto e determinazione.

E’ un percorso e non un approdo, è un transito e non un punto di partenza, la direzione è il fine, il viaggio l’obiettivo e la ricerca fa sì che in parte la strada è stata scelta e in parte è lei che ha scelto il dove.

E si capisce il fuoco dell’esplorazione, la gioia del risultato finito, anche la spossatezza trionfante, lo stupore di come si è modificato il progetto iniziale, la micidiale compattezza dei suoni.. ma i brani, la loro essenza… ai primi ascolti sfuggono.

Non è un disco standard, non permette molti riferimenti.. è rivolto verso il nuovo e guarda molte latitudini, longitudini e passati.

Mi ricorda prepotentemente le meravigliose composizioni (ingiustamente dimenticate e fortemente sottovalutate) di Robert “Bob” Graettinger, il compositore genio di City of Glass di Stan Kenton.  In quel disco si trova il ponte tra la musica classica ed il Jazz come non si era mai visto prima. La prassi compositiva della dodecafonia e della modernità di Schoenberg e Stravinsky unita al Jazz  di Ellington, Basie, Gillespie, Parker, Powell e Davis.

Anche se sono un vecchio ascoltatore abituato quasi a tutto, all’inizio questo disco mi ha disorientato come deve aver fatto A Cello per l’epoca.. ho cercato inutilmente di dominare il flusso, di dirigerlo verso una mia meta di comprensione, poi ho capito che dovevo disancorarmi dai miei punti d’aggancio.. lasciarmi trasportare e salire a bordo..seguire la corrente senza un luogo di partenza e senza un approdo sicuro.

L’equipaggio è questo: Beppe di Benedetto suona il Trombone e il Bombardino, Emiliano Vernizzi suona il Sax Tenore e il Soprano, Luca Savazzi ai tasti bianchi e neri, Stefano Carrara al contrabbasso e Michele Morari alle pelli.

Si tratta di un Perfetto Transito Inusuale. Ecco il mio viaggio:

Mi si illuminano prima la title track, Camaleonte e Medium Density, poi arriva My Bright Place e poi anche gli altri brani prendono senso, si percepisce pian piano la posizione che stiamo occupando all’interno del labirinto.

Intanto la ritmica incalza con urgenza, Michele doppia frequente e implacabile la melodia inserendo nel suo arabesco percussivo colpi secchi che sembrano tamburi africani. Stefano esplora i dintorni della melodia, accarezza per un attimo la dominante e poi si distacca, lascia che il brano proceda ma si arrampica lontano, ai confini, si libera.. e si ferma.. e pulsa… pulsa… pulsa.

Luca si trova in un punto più alto, come un ragazzo sul ramo di un albero con le gambe a penzoloni che guarda la scena divertito. Lo vede bene il labirinto.. ogni tanto urla: a destra… a sinistra… no, quello è un vicolo cieco. Ha un modo tutto suo di ribaltare la canzone.. è delicatamente irresponsabile.. poche note e tutto cambia..

Another Point of View è una suite, si parte in 5 sottobraccio, allo stesso passo, poi pian piano il pezzo si apre a ventaglio, in trio: contrabbasso, batteria e piano e poi arrivano i fiati con uno splendido ritornello e.. il brano manifesta la sua prima chiusura, si ferma.. si adagia per diventare riflessivo.. respira.. rimane sospeso per un attimo e toglie il fiato.. per poi ripartire con vigore e poi fermarsi ancora cercando il silenzio. Energie compresse in un crescendo che riprende a salire nella sequenza iniziale fino a fermarsi di colpo. Spiazzante. Eppure chiede di essere riascoltato. E sia allora!

Autumn batte subito molto forte, poi riflette, respira e medita, trio anche qui, Stefano fa un cenno, ti chiede di seguirlo, se vuoi, nella sua esplorazione. C’è, suona nel pezzo ma è anche da un’altra parte, termina la frase con la nota che non ti aspetti ma che ti catapulta via, per un attimo, nella sua visione dello spazio musicale, più lontano o nel tuo te più profondo.

Emiliano è un musicista dalla bravura fuori dal comune.. delicato e lirico con il soprano, ti strappa la pelle di dosso con il tenore. I suoi soli hanno un logica mirabile ma non sono mai, per un solo millisecondo, banali; anzi.. anche se melodici spaziano tra lo sperimentale e i grandissimi del passato. Il suo suono è di una bellezza, a tratti, atroce. In questo brano è un sacco di roba, ha la voce di Coltrane e Shorter, ma segue un modello improvvisativo che è fuori schema classico, sia a livello armonico che ritmico.

Dark Soul mi ricorda Nino Rota, le linee si intrecciano come quelle di George Russel, i tempi sono moderni ed eseguiti senza alcuna incertezza. C’è molta melodia, il trombone è dolce e sognante, Michele è deliziosamente inusuale, è un lungo brano con inserti connessi e disconnessi che veleggia leggero.

My Bright Place si evolve nell’unisono: Soprano, Trombone e Contrabbasso, ha una ritmica quasi Funk sulla quale il piano si adagia con pochi accordi precisi,  la batteria tiene un serrato beat sul quale svetta un grande jazz, il solo di Beppe è intenso e onirico, si muove tra continui cambi di registro, Luca sceglie di dipingere gli accordi come se fossero spruzzi di colore e il suo solo mi appare molto “cool”.

Beppe è nato per andare avanti, questo è il suo punto di vista, il suo labirinto, si muove sicuro, agile deciso, esplorativo. Coraggioso. Ha una tecnica superiore, ma non si fa possedere dalla fregola di sparare mille note per fare il bullo di quartiere. È sempre melodico anche quando entra nei meandri dell’armonia più esigente.. è uno dei migliori in Italia.. Jazzit parla chiaro.

D&B è, semplicisticamente, un brano Bop-Fusion, la batteria è un treno sui binari, il contrabbasso sono gli sbuffi di vapore, Luca ha il senso degli alberi che si incrociano, quel vuoto d’aria, quella piccola pressione ai timpani che stranisce.. Emiliano suona un solo maestoso, poi ancora la batteria e poi di nuovo Beppe.. la musica si piega al suo ottone che si fa liquido e tutto si complica in un solo sfrenato come un galoppo.

Camaleonte si arrampica con sequenza ondivaga, l’animale aggancia il ramo lentamente, carica il peso e si muove di scatto e segue una linea che a volte coincide e a volte no. Il batterismo è delizioso.. non c’è chiusura a compartimenti stagni.. il multiorganismo si muove con coerenza anche se segue altre regole.

Per Michele fare un solo significa andare alla base del Beat e ribaltarne il senso mantenendone la perfetta e regolare coerenza, sento, e mi piace, una doppia battuta ritardata sul rullante (o è un delay, non so) fatto sta che non si inerpica in astrusi sincrobattiti a millemila bpm.

Medium Density è sulla linea di uno standard classico. Arioso e swing, cambia quando deve cambiare, ci sento Zawinul, colpa mia, forse, musicalmente sono un figlio dei 70.

Space Time Travel è una dolce carezza ben orchestrata nella prima parte, poi diventa una bossanova sghemba, poi un brano dei Lounge Lidard.

Ecco. Eccomi alla fine del disco. Del ventesimo ascolto. Ancora senza punti di riferimento. La sensazione di straniamento non mi passa, anzi si accentua.. un respiro.. ripartire.. ancora con i sensi acutizzati.. riparte il disco che sembra un solido uomo di terra che cammina sulla carne.

Gilbert

gilbertcerbara

aprile 9th, 2015

No comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *