Progressive

Unreal City – Il Paese del Tramonto (AMS 2015) – Recensione di Max Scaccaglia

Unreal City – Il Paese del Tramonto (AMS 2015) – Recensione di Max Scaccaglia

Certi dischi non hanno bisogno dell’ennesima bella recensione. Questa diventa piuttosto l’occasione per una chiacchierata e per esprimere il mio stupore su come possa un gruppo di ragazzi attorno ai 25 anni cimentarsi in un lavoro di questa densità, in un genere ormai “classico” come il Rock Progressivo…

Eppure Parma non è priva di materiale storiografico, incrociando tal Joe Vescovi che si unì agli “Acqua Fragile” del nostro amato Franz Dondi, dopo aver militato in una delle più influenti e raffinate prog band dei primi anni 70: “The Trip”. Strano e curioso perché questi Unreal City hanno preso proprio tanto da quella band e dai loro primi lavori: il classico “Caronte” (1971) e il successivo “Atlantide” (1972), più moderno se vogliamo.

Dischi che adoro, nonostante io personalmente sia intollerante al Progressivo se non in piccole dosi. “E ho detto tutto” come diceva Peppino. Mi rinfranca ritrovare proprio qui atmosfere raffinate e tessiture tipicamente “trippiane” (non Frippiane eh) come la confidenza di Vescovi con le tastiere permetteva. Innestate su una ritmica ben consapevole del suono attuale e una chitarra dotata di raziocinio, dai connotati sì progressivi, ma spesso Floydiani e tagliati su partiture moderne meno svolazzanti e più efficaci.

Tutto a mostrare le solide base della band, perché opinione diffusa e credo molto azzeccata è che la via al genere sia stata spianata proprio dal capolavoro del movimento psichedelico anni ’60: “The Piper at the Gates of Dawn”, 1967, opera prima dei Pink Floyd e disco cruciale per la storia della musica. Cruciale perché avendo stabilito una vetta invalicabile quasi costrinse la ricerca musicale applicata al rock a scovare nuovi percorsi. Rock che cercava da tempo la propria dignità in mezzo ai generi colti, come contributo alla “rivoluzione” in atto, sentendo come fisiologicamente necessaria e doverosa la sua evoluzione definitiva: il distacco dai canoni blues e l’approdo ad un nuovo status, frutto delle conquiste di una generazione differente, finalmente fuori dagli schemi, eccetera, eccetera.

La psichedelia esplorando coscienze alterate artificialmente dalle sostanze psicotrope, Lsd in primis, aveva fatto una buona parte del lavoro mescolando le carte in tavola e aprendo la strada a forme differenti, quelle più stringenti della classica e del jazz, dei loro movimenti, delle loro strutture, delle loro inflessioni tematiche. Nacque poco a poco un’attitudine alla complessità organizzata, nacque il Prog. Il Rock Progressivo, dove “progressivo” sta appunto per evolutivo, un passaggio darwiniano: come recita “Darwin” del Banco di Mutuo Soccorso, proprio nel 1971. Musicalmente è la ricerca dell’anello mancante tra rock e classica, tra jazz e psichedelia.

Sinceramente non possiamo non cogliere l’attitudine sinfonica di una “Interstellar Overdrive” o di una “Astronomy Domine” in “The Piper…” e non possiamo pensare che dopo tali composizioni nulla sarebbe cambiato. Cambiò eccome qualcosa. Ora, in modo sorprendente tutto questo percorso è perfettamente leggibile negli Unreal City de “Il Paese del Tramonto”. Passo avanti (per me, e non è opinione condivisa) rispetto al precedente “La Crudeltà di Aprile” del 2013, felice debutto, rivelando una maggior omogeneità e un gusto arrangiativo più maturo: più sobrietà se mi passate il termine.

I suoni sono più nitidi e anche la direzione compositiva è più ordinata. Fin dalla “Ouverture” tutto l’armamentario Prog è spiegato con puntiglio, senza fretta. Non a scapito delle idee. Ottimo il materiale testuale e tematico, assolutamente coerente con la storia del genere e perfettamente consapevole delle pieghe più “heavy” che lo stesso ha vissuto. La partita si gioca apertamente tra momenti sinfonici e momenti dal piglio più classico grazie alla chitarra di Francesca Zanetta, capace di dare freschezza e corporeità all’enorme lavoro di Emanuele Tarasconi che vola sempre là, in alto, concettualmente e armonicamente, in tasti e voce.

Diversivi sparsi con sapienza e coraggio lungo tutto il lavoro: timbrici come il flauto in “Oniromanzia” e dal gusto retrò in “Caligari”. Ben riuscito il primo, meno il secondo. Può capitare che l’accostamento non lavori alla perfezione: il suono di pianoforte è materia molto delicata. L’India di “La Meccanica dell’Ombra” invece è perfettamente in squadro, riuscitissimo l’innesto con violino “bohémienne”, piano e chitarra dalle adorabili storture quasi yiddish, con basso e batteria esteticamente e compositivamente perfetti, solidi e godibili nel corso di tutto il lavoro. Bellezza e complessità: arriva il riff di synth e parte l’applauso. Neanche il tempo di rifiatare e un serratissimo alternarsi ci riporta all’inizio e quando meno te l’aspetti la chitarra apre e il cielo si schiarisce.

Signori questo è il Prog! Quello degli Unreal City ha una cifra personale e distinguibile data dalla diffusa atmosfera armonicamente aperta: si potrebbe dire “melodica” impropriamente. Riparte “Il Nome di Lei” e tornano i Trip, con tanto di clavicembalo, tanto da risultare plausibile. Attenti che non è un gioco facile, soprattutto se la citazione Gilmouriana è dietro l’angolo.

Testo ancora una volta bello e credibile, onirico e possibile. Arrangiamenti anche capaci di tenerezza e cantabilità, no, cosa vogliamo di più? Ovvio. Una cavalcata. Sempre da viaggio (Trip) però: ed eccoci servito “lo Schermo di Pietra”. Basso portante che con indubbia modernità cita le atmosfere anni 70, bellissimo il tema e come da questo il testo arrivi al solo e poi torni alla forza iniziale. Lo dicevo prima: c’è ordine nella complessità, c’è regola in un sistema apparentemente caotico. Siamo pronti per il finale e come nelle migliori famiglie progressive si tratta di un 20 minuti che partono piano, psichedelici per rispetto dei genitori hippie: “Ex Tenebrae Lux” riprende il tema dell’evoluzione e lavora di sovrapposizioni.

Tutte coraggiose, riuscite devo ammettere. Non voglio rivelare nulla, alcuni incastri sono azzardatissimi, radioattivi, tanto da dover trovare il coraggio di menzionare le somiglianze, probabilmente più che citazioni sono l’espressione delle possibilità timbriche che sconfinano in generi più “black”. Ben vengano. Il lavoro è godibilissimo e fluido, ammirabile sotto diversi punti di vista, in un contesto altamente tecnico e di precisione.

Aggiungo una personale nota positiva sulla voce, che non ci rifila l’ennesimo improbabile Farinelli ed è lontana dai virtuosismi ostentati che tipicamente ammorbano il genere. Scelta di sicuro ponderata e consapevole, non priva di rischi, che permette di godere di un’emotività diffusa lungo tutto il solco e che va a valorizzare i testi, che mai cadono in una retorica cupa, vuota e fine a sé stessa. Parma non è solo territorio di eccellenze gastronomiche. Voto 9,5/10.

Max Scaccaglia

gilbertcerbara

febbraio 13th, 2016

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